Vittima e carnefice

Agosto 6, 2019



Sono quella che molti, senza conoscermi, descriverebbero come una ragazza normale, con la testa sulle spalle, intelligente, serena, sempre inclusa nel gruppo dei “bravi studenti” già dalle elementari.

Mi sono iscritta al liceo classico: inutile raccontare le ore spese a sentirmi migliore degli altri, come se solo i classicisti fossero degni e meritevoli.
Sono partita con voti non altissimi e, benché nel triennio il mio rendimento sia migliorato, la paura di non farcela mi ha sempre accompagnata. Non dormivo la notte, pensavo che un voto basso avrebbe rappresentato una sconfitta, il mio fallimento come persona.
Chi mi ha spinto a pensare ciò? I professori, i genitori e le esperienze accumulate dalle elementari.

Verifiche ogni settimana per convincerci a studiare, persone che stavano a casa pur di non dover andare alla lavagna durante le lezioni, compagni che per colpa dei docenti hanno cambiato classe. Nonostante ciò, io e gli altri studenti che andavano bene abbiamo sempre dato colpa alla pigrizia dei nostri compagni.

I miei genitori continuavano a ripetermi che prendere un debito avrebbe rovinato la mia estate, ed io studiavo, terrorizzata dai brutti voti. Mi vergognavo delle mie insufficienze, soprattutto perché l’amico più caro che avevo, oggi mio fidanzato, era quello che si definisce il “genio della classe”.

Piano piano, a causa di questa situazione, la depressione è cresciuta dentro di me.

Ma non sono stata solo vittima, no: come dimenticare quella volta in cui dissi, davanti ad una compagna che aveva sempre avuto i debiti, “Non vorrei mai prendere un debito. Per me sarebbe come una sconfitta personale, come un fallimento”? O quando ancora prendevo in giro chi andava male in matematica e li accusavo di non impegnarsi abbastanza?

Quando le superiori sono finite nulla era cambiato: mi sentivo stupida, indegna, mi torturavo pensando ai 16 punti in meno che avevo preso rispetto al mio amico, ma al tempo stesso giudicavo i miei compagni meno bravi di me.
Vittima e carnefice, di nuovo.

All’università il mondo mi è crollato addosso: è esplosa la depressione e ho perso un anno. Un’onta, ai miei occhi. Ero colpevole di non essere stata abbastanza brava a scegliere la facoltà giusta, colpevole di non essere riuscita a dare gli esami, colpevole di essermi chiusa in casa e di aver buttato i soldi della retta, colpevole di prendere farmaci, colpevole di andare dalla psicologa.
Vi basti solo sapere che i miei genitori hanno sempre visto il mio percorso, che ancora continua, come una sconfitta, perché chi è bravo fa da sé, mentre io venivo accusata di “sedermi sugli allori” e di essere un’incapace.

Adesso mi trovavo ad essere io quella in difficoltà, ero io quella che non andava a lezione, adesso ero solo vittima (o, al massimo, carnefice di me stessa). Si potrebbe pensare che questa situazione mi abbia fatto capire che la discriminazione è sbagliata e che le persone possono avere difficoltà immense che non danno a vedere e che quindi dovevo smettere di giudicare gli altri, ma non è stato così.

Ho ripreso l’università un anno dopo. Sono andata subito bene e ci è voluto poco per accantonare la sofferenza passata e vestire di nuovo i panni del carnefice: con il mio gruppetto di amiche prendevamo in giro chi non sapeva rispondere a lezione, chi sembrava un po’ strano, chi restava indietro con gli esami. Applicavamo quei criteri di giudizio che avevo visto applicare dagli adulti fin dai primi giorni delle elementari.

Eravamo cattivissime. Ed io ero forse la peggiore di tutte, perché discriminavo ben sapendo quali avrebbero potuto essere le conseguenze.

Mi ritenevo una persona gentilissima perché offrivo sempre gli appunti a chi li chiedeva o offrivo spiegazioni e chi ne aveva bisogno, ma il rovescio della medaglia era che non appena uno dei ragazzi meno bravi mi scriveva per chiedermi un consiglio, facevo lo screen e lo mandavo sul gruppo, corredato di descrizione derisoria.

Ora sono al secondo anno di università, sempre nello stesso gruppetto di ragazze, e le discussioni di questo tipo continuano. Ho però scelto di parlarne al passato perché ho letto, pochi giorni fa, il post di Sara proprio su questo progetto ed ho aperto gli occhi sui miei atteggiamenti.
Ho capito che stavo diventando, nella mia vita di adulta, esattamente come i miei professori ed i miei genitori. Stavo portando avanti gli stessi criteri di giudizio ed un domani avrei potuto applicarli ai miei figli, facendo soffrire anche loro. Ho capito che mi sono tramutata da vittima della discriminazione in carnefice.

Perché? Perché è facile. Perché siamo abituati a privilegiare chi è bravo ed escludere chi non lo è. Perché deridere chi è meno competente ci fa sentire a nostro agio con noi stessi.

Non voglio perdermi in banalità come “La nostra società è cattiva” o “Siamo tutti malvagi”, ma è innegabile che siamo abituati a stigmatizzare chi è “meno”.

La mia speranza è di riuscire a smettere. Vorrei non mandare più screen alle mie compagne. Vorrei spezzare il circolo in cui ho sempre vissuto. Ed è per questo che post come quello di Sara, e spero anche il mio, sono importanti: perché fanno aprire gli occhi.

Spero di non essere mai più né vittima né carnefice della discriminazione e spero lo possiate essere anche voi.

​Con affetto,

​P.



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