Uno sguardo che non ha colore

Marzo 2, 2019



Quando dico che lo sguardo pesa, molti non mi credono.

Non importa che tipo di sguardo ti viene dato, lo senti addosso, come se ti pestassero e ti restasse l’impronta di uno stivale a vita.

Io, nata con una malattia rara della pelle, uscita da quasi 20 operazioni chirurgiche con una schiena di sole cicatrici, con delle gambe macchiate qua e là con del caffè congenito, riconosco e sento uno o più sguardi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo della mia vita.

Ho imparato ormai a non badarci, altrimenti avrei passato davvero ogni istante dei miei 21 anni a piangermi addosso. Semplicemente, dopo un po’, finisci per dar peso  al 50% di quelli che ricevi.

Perciò tiro dritto, ignoro, non me ne accorgo per davvero perché intenta a fare altro. Insomma, mi limito a vivere, a vivere bene e felicemente, grazie ad una famiglia che mi ama e a degli amici che mi supportano.

Ma quella volta non ho potuto ignorare quello sguardo. Perché ci sono delle volte, degli incontri, degli occhi, che regalano molte più cose di quando tu non possa immaginare.

Ero proprio con la mia famiglia in vacanza negli USA, a Washington. Giornata calda e piacevole, stavamo passeggiando da ore, quando ci fermammo ad un baracchino a comprare dell’acqua.

Mi accorsi del senzatetto seduto sulla panchina davanti solo quando i nostri sguardi s’incrociarono: “Hey, You! How are ya?”. Era un signore anziano, con una camicia di flanella aperta che scopriva una bella pancia rotonda, pantaloni strappati e scarpe bucate.
“Bene, e lei?” risposi in inglese.
“Alla grande! Ma senti un po’, cos’ha che non va la tua pelle?” chiese gentilmente, quasi con aria preoccupata.

Premetto che io preferisco che la gente mi chieda cosa ho fatto piuttosto che stare imbambolata a fissarmi. Così risposi come rispondo sempre a tutti quelli che lo fanno: “Sono nata con una malattia rara delle pelle. Ho fatte varie operazioni e questo è il risultato”.

Lui annuisce guardandomi dritta negli occhi, uno sguardo potente, che s’intrufola nella mia mente come se volesse curiosare.
“Fa male?”.
“Oh no. È solo una pelle diversa. Forse fa male agli altri, ma a me no” risposi.

Pensavo di essermi espressa male, ma lui sorrise con il cuore, un sorriso dolce e sincero. Alzandosi mi porse la mano per salutarmi e mi disse: “Ti capisco troppo bene, bimba”.

L’uomo era di colore. Ma la comprensione e l’empatia non hanno colore.

Viola Orioli


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