Una storia da raccontare

Ottobre 8, 2018



Non è importante il mio nome. Non è importante una mia foto. Quello che vi voglio raccontare è la storia della mia preadolescenza.

Sono sempre stata una bambina felice, allegra e ottimista. Ma nonostante ciò, non lasciavo che nessuno mi mettesse “i piedi in testa”. Dicono che il carattere che si ha da bambini è quello che ci rappresenta davvero, senza l’influenza di tutte le credenze e le norme sociali a cui la società ci sottopone.

Gli anni delle medie per molti sono quelli migliori, in cui si è spensierati, prima della grande età dei dubbi che è l’adolescenza. Per me, invece, sono stati i peggiori.

Iniziata la prima media ero molto felice, contenta: nuova classe, nuove persone… Insomma un nuovo percorso da vivere. Purtroppo, ad un certo punto sono successi due fatti.

In primis mi sono rotta un braccio, e lo stress conseguito mi ha portato a perdere parte dei capelli e delle sopracciglia, per una patologia che si chiama alopecia, di cui purtroppo soffro tuttora in particolari periodi della vita. Il secondo fatto, però, è stato il peggiore: una mia compagna ha avuto un grave lutto in famiglia, sbilanciando la sua situazione familiare. Mi è certamente molto dispiaciuto. Peccato che la rabbia che aveva per questi eventi traumatici ha deciso di riversarla sui suoi compagni di classe, in particolare su di me, ancora non so per quale motivo. Già dalle elementari (ahimè, ero in classe con lei) mi aveva preso in giro perché era gelosa che io fossi brava a scuola e andassi d’accordo con tutti, ma in quella brutta situazione ha deciso di scatenarsi in modo molto singolare. Ha iniziato a prendermi in giro in tutto ciò che facevo: per come mi muovevo, per cosa dicevo, perfino per come usavo la penna per scrivere. Era tutto oggetto di scherno e derisione. Una volta mi ha persino picchiato nei bagni della scuola, con altre persone che guardavano e che non hanno fatto granché finché non mi ha assalito e tirato i capelli.

Gli insegnanti dicevano che quella pazza ero io, dovevo essere aiutata. Successivamente nel corso dell’anno un’altra nostra compagna mi ha pure messo l’acqua nelle scarpe. Io piangevo ogni giorno, ogni sera quando tornavo a casa. Non volevo più andare a scuola. Tutte le volte che dovevo entrare a scuola ero presa da un senso di angoscia e mi venivano le lacrime agli occhi.
Ho fatto anche dei colloqui psicologici per vedere se questa situazione mi avesse turbato. Ma, ovviamente, come affermavano anche gli insegnanti, io non avevo avuto particolari danni. Non sarei riuscita a cambiare scuola se non fosse stato per mia madre.

Anche li, l’anno dopo, ho vissuto delle situazioni in cui sono stata isolata dalle ragazzine con cui avevo fatto amicizia. Mi hanno lasciata da sola per un anno intero, semplicemente non chiamandomi più per uscire, perché volevano preservare il loro gruppo precedente e perché essendo molto affettuosa di natura, ero definita “troppo appiccicosa”. Ne ho sofferto molto, ancora una volta, e da lì in poi ho capito cosa significa davvero vivere in solitudine, senza nemmeno avere un vero amichetto da frequentare nel tempo libero.

Poi, all’inizio della terza media, una mia amica di infanzia ha iniziato a chiedermi di uscire con lei e mi ha salvato dallo stato di tristezza in cui ero caduta. Mi ha spronato negli anni seguenti ad essere me stessa, e mi è stata vicino in momenti in cui sono stata male, anche fisicamente. Le dico grazie, perché in quegli anni difficili mi ha davvero aiutato.

Ora, dopo tanti anni, ho vissuto un sacco di rivincite, e soprattutto sto lentamente tornando alla mia natura di persona “socievole” e solare che sono sempre stata. Se mi guardate da fuori non lascio trasparire il mio doloroso passato e sono sempre sorridente e pronta a tirare fuori il lato positivo di ogni persona e di ogni situazione.

Nonostante tutto, mi ritrovo a guardarmi indietro e a provare tenerezza per quella ragazzina così fragile ed insicura, ma posso assicurare che molto spesso l’insicurezza mi attanaglia tuttora, ed io di natura non ero così…



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