Una nota stonata

Ottobre 12, 2018



Quello che vi vado a raccontare è un episodio di emarginazione avvenuto quasi cinquant’anni or sono.

A sei anni cominciai a frequentare la prima elementare con due mie compagne di gioco in una piccola scuola di campagna: un’unica aula con sette scolari di classi diverse (dalla prima alla quinta elementare). Il maestro era un signore gentile e premuroso, di mezza età, che aveva lasciato l’Arma dei Carabinieri per dedicarsi all’insegnamento.

Fu un’esperienza bellissima. Bambini di età diverse, differenti capacità, ma uniti ed educati all’aiuto reciproco: i più grandi si adoperavano per insegnare a noi tre, le“primine”, l’alfabeto e durante la ricreazione si usciva insieme in cortile per imparare a saltare la corda o giocare a pallone con gli unici due scolari di sesso maschile.

L’anno successivo, purtroppo, la scuola della frazione venne chiusa e fummo trasferiti nella scuola elementare del paese e così tutte e tre nella stessa sezione, cominciammo la classe seconda. La nostra insegnante, una bellissima donna di circa quarant’anni, ci appariva ben poco materna e l’elegante tailleur che indossava, immancabilmente scuro, ne rendeva l’aspetto ancora più severo.

Docente rigorosa, amava la musica ed il canto e, negli anni in cui s’inneggiava al patriottismo, imparammo l’Inno di Mameli, il Piave ed alcuni canti alpini.

Ogni settimana tutte le classi seconde si riunivano nell’Aula Magna per cantare insieme e preparare il concerto di fine anno scolastico, grande evento al quale partecipavano le autorità locali. Benché fossi soltanto una bambina, avevo già capito però quanto la mia maestra ammirasse le alunne provenienti da famiglie più abbienti perché le dispensava di complimenti per il loro grembiulino candido o per l’abitino di sartoria che sfoggiavano durante le prove di coro.

Io invece, come del resto le mie amichette, ero osservata dall’alto in basso, quasi con disprezzo perché proveniente da famiglie laboriose e semplici che non sempre potevano garantire il superfluo ai loro figli (e, molte volte, neppure il necessario!). I soldi erano pochi ed io mi ritrovavo ad indossare gli indumenti dismessi di mia cugina più grande. Inoltre mia madre, casalinga ed all’occorrenza operaia, lavorando in casa e fuori casa, non ogni giorno trovava il tempo di lavarmi il grembiule (e ne avevo soltanto uno!).

Fu così che, per questo o per qualche altro futile motivo, il giorno dell’esibizione del coro le mie due compagne ed io rimanemmo in classe a fare esercizi di bella scrittura.

Ricordo ancora il momento in cui l’insegnante dell’altra sezione, maestra di pianoforte, venne a bussare per chiamare tutti i bambini all’adunata. Quando notò che noi tre eravamo rimaste sedute al nostro banco, disse alla collega:
“Ma loro non vengono?”
“No, sono stonate” rispose prontamente la nostra maestra, aggiungendo qualche parola sottovoce.

Quel giorno, al ritorno da scuola, piansi e raccontai l’accaduto ai miei genitori che increduli vollero verificare interrogando le altre due bambine. Quando mio padre comprese che dicevo la verità, divenne serio. Analizzando oggi la sua espressione, credo di potervi dire che si sentisse offeso: lui, che non perdeva occasione per esibire le doti canore della figlia davanti parenti ed amici proponendo loro di ascoltare le canzoni dello Zecchino d’Oro che io avevo dovuto imparare a memoria.

Avrebbe potuto “digerire” una nota di demerito, un brutto voto, persino una bocciatura… Ma che si dicesse che la sua bambina era stonata! Questo no!

Quindi i miei genitori chiesero un colloquio con l’insegnante ed ancora oggi non so cosa realmente si dissero, ma da quel giorno le tre bambine, emarginate per il solo fatto di non essere “alla moda” (un tempo si diceva così), furono chiamate a far parte del coro della scuola.



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