Solo perché sono una donna

Luglio 17, 2020



L’anno scorso mi è capitato di fare un “colloquio sul campo”, ossia in affiancamento con un collega di grande esperienza.
Il collega in questione è un po’ attempato, ma molto educato e galante nei modi, insomma, un gentleman.

Al termine della prova conclude con quello che lui ha ritenuto essere un complimento: “sei giovane, sei donna, ma sei brava”. Insomma, nonostante io partissi con due handicap, sono riuscita ad ottenere una collaborazione con questa azienda rinomata (nel mio campo).

Più di recente, sempre nel contesto lavorativo, stavo lavorando in amministrazione quando è entrato in ufficio un vecchio amico del capo. Mi ha squadrata e poi ha esclamato: “Ma questa? La portiamo al mare e poi le diamo i sonniferi?”
Si rivolgeva al mio capo, parlando di me, come se io non fossi lì.

Entrambe le situazioni mi hanno messo a disagio, mi sono sentita a disagio per loro: nessuno dei due ha riscontrato il benché minimo problema nel fare affermazioni offensive nei miei confronti, solo per il semplice fatto che sono una donna.



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