Porte, finestre e soffitti di cristallo

Marzo 17, 2020



Io non saprei da dove cominciare. Quando ControNarrazioni mi ha proposto di raccontare la mia storia, mi sono posta mille interrogativi.

Cosa racconto della mia esperienza come chirurgo donna?
Racconto di quando non mi hanno rinnovato il contratto perché ero incinta?
Racconto di quando, avendo voluto concludere una relazione platonica con un mio professore, sono stata ghettizzata?
Racconto delle invidie delle mie colleghe perché ero spesso in prima posizione?
Racconto del gioco di seduzione e delle innumerevoli battute a sfondo sessuale alle quali sono stata abituata?
Racconto di quando alcuni strutturati assegnavano gli interventi solo sulla base del corredo cromosomico?

No. Perché essere un chirurgo donna non è solo questo.

Essere chirurgo donna significa forzatamente fare una scelta tra la tua carriera e la tua famiglia.
Significa che nella perversa ricerca della perfezione, non puoi eccellere in ogni ambito. E la società non ti aiuta.

Nel 2010, feci una presentazione nell’aula magna della mia università con davanti a me una buona parte dei cattedratici. Dissi «Miei cari professori, ad oggi il 70% degli iscritti alla facoltà di medicina sono donne.»
Continuai leziosamente: «Poiché, nei prossimi 20 anni, il 20% di voi avrà un problema alla prostata, sarà bene che insegniate loro come operare: il futuro della chirurgia è donna».

Inutile raccontarvi le loro reazioni.
Il glass ceiling è molto lontano da essere infranto.

Io ho deciso di uscirci, facendo una scelta coerente con quelli che erano i miei bisogni (di essere madre, a modo mio) e la mia volontà perentoria di migliorare questo mondo attraverso la cura dell’obesità.

Sono uscita dalla porta e sono rientrata dalla finestra.

Ora il mio «soffitto di cristallo» è rotto ma sono scesa a compromessi, ricreandomi una carriera che riconosco essere appagante.
E chissà, un domani forse, ricomincerò a fare il chirurgo. Ma vi avverto, ometti, la prostata non la so operare!

​Viola Zulian
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