Ochtzig cent

Febbraio 14, 2019



Ho lavorato a lungo con i rifugiati quando vivevo in Italia, e mi è capitato di osservare in diverse occasioni atteggiamenti discriminatori, ma non avevo mai probabilmente sperimentato su me stessa il disagio a cui ti costringono le persone quando attuano questi comportamenti, prima di trasferirmi in Austria.

Qui, come in ogni luogo, molte sono le persone buone e curiose, ma mi è capitato in diverse occasioni di sentirmi discriminata in quanto straniera. In un’occasione particolare, mi sono sentita davvero umiliata.

Ero arrivata da poco, la lingua era quello che era, avevo studiato da sola un tedesco di sopravvivenza e cominciato un corso di livello a2.

Sono andata alle poste per spedire una lettera in Italia. Ho domandato un francobollo per la spedizione veloce, in tedesco. L’impiegato mi ha dato una risposta in dialetto, incomprensibile. Gli ho chiesto se conoscesse l’inglese e si è messo a ridere per la mia domanda, come se fosse assurdo.

Ho lasciato perdere e ho chiesto quanto costava il francobollo, tralasciando il fatto che chissà se la lettera sarebbe arrivata in Italia in fretta, perché chissà cosa aveva detto.

Mi ha risposto, 80 Cent., ma nuovamente in dialetto. Ora, se in tedesco 80 si dice achtzig, il dialetto austriaco trasforma le a in o nella pronuncia. Questo l’ho capito dopo qualche mese, ma allora non mi era mai successo di sentire il dialetto, e so che se l’uomo avesse voluto aiutarmi gli sarebbe bastato parlare Hochdeutsch, cosa che qualunque austriaco sotto i 90 anni è in grado di fare. Inoltre, il sentirmi giudicata mi ha mandato nel pallone.

L’uomo sbuffava.

Dietro di me c’era una fila di dieci persone che mi guardavano, e nessuno ha tentato di aiutarmi. Ma in quel momento più che al mancato aiuto, ho pensato a quanto mi sentivo stupida a non capire, al fatto che tutti lo pensavano.

Ho chiesto all’uomo se per favore poteva scrivermi la cifra, lui ha sbuffato di nuovo per la mia assurda richiesta, ma l’ha scritta. Ho pagato. Sono uscita con la coda tra le gambe.

Le persone possono farti sentire profondamente in torto, anche quando sei gentile, cerchi di parlare al meglio una lingua per te straniera, cerchi di cavartela da sola senza pretendere un aiuto.
Ho pensato ai “miei” ragazzi stranieri in Italia, alla loro enorme forza.

Per fortuna, appunto, le molte persone genuine che ho incontrato finora hanno reso queste esperienze delle piccole macchie di cui ridere. E spero sia così per chiunque, che queste esperienze restino isolate, che ce le si dimentichi tra tutto il bello che ci capita.

Noemi Casafino


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