Né per piacere, né per dolore

Settembre 16, 2019



Quando parli di patriarcato, spesso la gente ti guarda male, ti etichetta come invasata o ti liquida come frustrata.
Il patriarcato, però, non è un concetto astratto, è la cosa concreta che mi ha portato a soffrire per anni e pensare che fosse normale.

Soffro di vulvodinia e non so neanche io con esattezza da quando: so solo che io e i miei genitali – femminili – non abbiamo mai avuto un rapporto sereno. Dolori, bruciori, fastidi che coinvolgono i genitali esterni ma sono percepibili anche all’interno, sia durante i rapporti sessuali (e non solo quelli penetrativi) sia quando il sesso non lo fai da mesi.
Va da sé che raramente, per me, il sesso è stato piacevole al 100%: era bello, sì, ma faceva anche male, alle volte in maniera insopportabile.

Non vi dico quante visite ginecologiche io abbia fatto, dall’adolescenza fino a circa un annetto fa, tutte inutili quantunque costose: controlli per verificare se avessi un’infezione, che puntualmente non c’era, ecografie trans-vaginali, pap test. Niente. Ma soprattutto nessuno dei miei medici sembrava minimamente preoccupato. “Hai dolori durante i rapporti? Eh capita”, “Mah, non lo so come mai sei così arrossata e hai fastidi, ma tanto adesso è passato no?”. Una volta invece di aiutarmi con il mio problema specifico mi sono pure dovuta sentire insultare perché avevo avuto l’ardire di non usare la pillola contraccettiva.

Sarei rimasta bloccata in questo loop all’infinito se non avessi stretto amicizia con una ragazza che soffre di questa patologia, scoprendone l’esistenza. Nonostante il dolore pelvico colpisca circa il 32% delle donne in tutto il mondo, quasi nessuno ha idea di cosa sia, e gli stessi ginecologi non sono preparati ad affrontarlo. La mia amica si è letteralmente autodiagnosticata la vulvodinia attraverso delle ricerche su internet, visto che nessuno sembrava interessato a darle una risposta, trovando poi conferma dei suoi sospetti rivolgendosi ad uno specialista. Lo stesso ho fatto io, e sono finalmente entrata in cura, dopo più di 10 anni di visite inutili e menefreghismo da parte di chi doveva assistermi.

Cosa c’entra questo con il patriarcato? C’entra, perché si inserisce nella triste tradizione del trattamento del dolore femminile, che qui si mischia con il piacere rendendo il tutto ancora più complicato. A quante donne è stato spiegato che il sesso non deve essere doloroso? Quante donne, nell’esprimere un disagio legato alla sfera riproduttiva e alla loro salute sessuale, vengono prese sul serio dai propri medici? Sul sito del centro medico a cui mi sono rivolta è spiegato quanto sia difficile ottenere questa diagnosi e quanto spesso disturbi del genere vengano liquidati come di natura “psicologica”, perché alla fine se qualcosa non va è solo nella tua testa. Nulla del genere succede ad un uomo, soprattutto se pensiamo a come la ricerca sulle disfunzioni erettili sia un’industria miliardaria. Tutti, anche le donne, sanno cos’è il viagra, ma siamo ancora nella fase sperimentale dei trattamenti per le disfunzioni sessuali femminili. Questo, nonostante una patologia come la vulvodinia risulti invalidante per tantissime donne, rendendo non soltanto i rapporti alle volte impossibili ma anche complicando notevolmente la vita quotidiana a causa di costanti dolori.

Parlare di un argomento come questo è ancora considerato un tabù (io stessa a scrivere “genitali” e “rapporti penetrativi” ho avuto più di un sussulto) ma è anche per questo che donne come me si ritrovano a 30 anni e anche più senza sapere perché soffrono e ad accettarlo come un destino ineluttabile. Ma il dolore, e anche il patriarcato, non devono esserlo per forza.

Francesca Anelli


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