Lui dottore, lei signorina

Agosto 13, 2019



Quando entro in una stanza con un collega uomo, che sia medico/infermiere/educatore, le persone si rivolgono di default a lui, anche quando sono io la referente del caso.
Si dà per scontato quindi che sia l’uomo che deve prendere le decisioni, mentre alla donna viene relegato un ruolo secondario.

Mentre il collega uomo viene sempre interpellato come “Dottore”, io – troppo spesso – vengo chiamata “Signorina” o “L’aiutante”, oppure, quando mi è andata bene, “L’infermiera”.
Inoltre, al collega uomo danno del Lei, a me – troppo spesso – del Tu.

Quando durante i tirocini di medicina ci venivano poste delle domande, lo studente maschio che interveniva veniva accolto da frasi di incoraggiamento (“Sentiamo quello bravo cosa ha da dire”), mentre se a rispondere era una collega donna – altrettanto brava – l’atteggiamento dei professori era tutt’altro che accogliente (ricordo una frase, tra tante: “Certo che ti piace stare al centro dell’attenzione”, corredata da occhiolino).

A un certo punto della formazione, mi è stato intimato – da colleghi uomini – di non mettermi “Quel rossetto troppo rosso” e di non presentarmi più “Con quegli stivali appariscenti”, perché risultavo troppo seducente. L’ordine era corredato da sorrisini e occhiolini annessi. E parliamo di colleghi senior dell’età di mio padre.

Per un periodo sono stata quindi molto attenta a coprirmi il più possibile per paura di poter risultare eccessiva, e suscitare commenti. Credetemi se dico che a volte faccio fatica ad essere provocante anche quando lo vorrei, tanto sono cresciuta temendo gli effetti della mia sessualità.
Il problema è che, indipendentemente dagli abiti, per il mio essere donna sono stata considerata provocante e dunque meritevole del giudizio dei colleghi uomini.

Ho anche sentito troppe volte la frase: “Arriva un’altra donna nel team??? Noooo, con tutte queste donne insieme non si può lavorare, diventano delle arpie.” Implicando ovviamente che le donne non siamo in grado di lavorare in team. Cosa più che mai falsa.

E vogliamo parlare dell’argomento della pianificazione della famiglia? Già agli ultimi anni di università, le colleghe interessate alla chirurgia sapevano che avrebbero dovuto molto probabilmente accantonare per un po’ il desiderio di fare figli perché “Quando torni dalla maternità, ti ostracizzano. Nessuno vuole un chirurgo donna con dei figli, non sei più disponibile 24 ore su 24”.

Inoltre, ad una collega neoassunta, durante il colloquio è stato chiesto “Sei sposata? Hai figli? Desideri averne? Quando e quanti?”. Questa ha avuto per fortuna la prontezza di rispondere che non erano informazioni opportune da chiedere ad un colloquio di lavoro. Ma sappiamo che, se sei donna, la scelta di assumerti dipende anche da questo.

A guardare le statistiche viene da piangere: discriminazioni delle madri medico, differenze di salario, molestie sessuali, minore accessibilità alle posizioni di leadership.

C’è tanto da fare, ancora.
Troppo.

Ma noi non molliamo.

Serena Saraceni


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