La speranza è l’ultima a morire

Gennaio 30, 2019



La mia infanzia non è stata molto felice.

“Ma come? È l’età migliore!”

Str*****e.

Non se sei come me.
Non se ti senti diversa, se tutto quello che vuoi è solamente farti accettare ma allo stesso tempo non sai come fare, perché nemmeno tu sai accettarti.

Non sei cattiva, non odi le persone… vuoi semplicemente trovare qualcuno che ti accolga così come sei.

Peccato che tu sia finita nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Peccato che la tua sensibilità non abbia trovato altro che disprezzo e derisione.

Già, se dovessi racchiudere la mia infanzia in due parole sarebbero proprio queste.

Sono sempre stata una bambina diversa. Tutte le altre erano estroverse, allegre, spontanee, facevano amicizia facilmente. Io invece tutto il contrario: sono sempre stata molto timida, dal carattere chiuso e introverso, fare amicizia non era proprio il mio forte. E per gli altri bambini evidentemente questo doveva essere sembrato l’atteggiamento di una bocchia (nel mio dialetto significa “ragazzina, bambina”) snob e con la puzza sotto il naso, che si credeva superiore a tutti.

Hanno cominciato tutti ad isolarmi, fino a trasformarmi in un soggetto debole, un bersaglio facile per le prese in giro e i dispetti. E anche per le botte.

I primi anni delle elementari ho ricevuto la prima molestia della mia vita.
Non l’ho mai raccontato a nessuno, né alla mia famiglia, né ai miei amici, né al mio compagno.
È un episodio che ho sepolto nella mia memoria e accantonato, e ho deciso che questo è il momento giusto per raccontarlo.

Era l’ora della ricreazione quando il bullo della classe, assieme al suo gruppo di amichetti, mi disse di seguirlo dietro la scuola, non ricordo cosa mi avesse chiesto esattamente.
Ricordo che mi ha messa spalle al muro, lui e tutti gli altri (tutti maschi) di fronte a me che guardavano lo spettacolo.
Mi disse di tirarmi giù i pantaloni e chiudere gli occhi.
Lo feci.
Ricordo che poi tutti quanti si misero a ridere e da lì più nulla.
È successo tanto tempo fa, non ricordo esattamente i dettagli né cosa successe dopo, ma so di aver provato una gran vergogna e di essere scappata via, probabilmente a piangere.

Piangevo spesso in quel periodo. Scappavo spesso a piangere in bagno.
Per fortuna c’era qualcuno che si preoccupava di me. Un gruppetto di compagne di classe mi difendeva (ricordo che una volta dei bulli mi stavano dando calci e delle bambine vennero in mio soccorso) e tentarono di includermi nelle loro cose, nei loro giochi. Ricordo che avevamo un diario segreto in comune che ci scambiavamo, pieno di disegni, frasi, dichiarazioni d’affetto…

Alle medie non andò molto meglio.
Mi ritrovai nello stesso gruppo con cui avevo frequentato le elementari, al quale iniziarono ad aggiungersi anche delle ragazze.
Fatalità, erano tutto l’opposto di me: capelli in ordine, fisico perfetto, pelle liscia, morbida e abbronzata.
Ovviamente erano  belle.

Già, perché neanche il mio aspetto mi aiutava: ero leggermente sovrappeso, i capelli erano un groviglio, ero pallida e piena di brufoli.

Gli episodi più salienti di questo periodo riguardavano la prof di italiano, storia e geografia che mi diceva in continuazione “Dai, ridi!”, rimbrottandomi in classe davanti a tutti.
Ci fu anche un episodio in cui mi feci la pipì addosso, non ricordo perché. Ma rimembro benissimo la gran vergogna che provai. Ero scappata in bagno e non volevo più ritornare in classe. Il professore venne a prendermi e ovviamente dovetti subire gli sguardi e le risatine di tutti… con conseguenti prese in giro che continuarono a oltranza.

Una volta a ricreazione pensai che volevo che quel periodo passasse, che volevo andarmene via, finire tutto e andare alle superiori. Dev’essere stata la seconda media. E ho pensato “’a voja…”
Per fortuna nemmeno qui ero sola, avevo qualcuno che mi era amico.

Questa è la mia storia di discriminazione, ma non voglio concluderla così.

Oggi ho 25 anni, una laurea triennale in arabo, una laurea magistrale nell’arabo economico – politico in corso d’opera, una famiglia con cui i rapporti sono molto migliorati, degli amici a cui voglio bene e che mi vogliono bene così come sono, un compagno meraviglioso da 6 anni e mezzo e tante passioni.

Le vicissitudini della vita hanno modificato un po’ il mio carattere – ora non ho più paura a parlare con le persone – ma di fondo rimango sempre la stessa. Sto imparando ad accettarmi e a migliorarmi e al diavolo cosa pensano gli altri di me.

Il messaggio che voglio lanciare è quello di non lasciarsi abbattere dal proprio passato e di non esserne schiavi. Di pensare che c’è sempre un nuovo giorno e che ci sarà sempre un’opportunità perché le cose vadano meglio.

Spero che la mia storia aiuti qualcuno e a chi è in difficoltà mando un grosso abbraccio e vorrei dirgli che non è solo, che è più forte di quanto pensa e che ce la farà.



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