Io non corro più, e tu?

Novembre 18, 2019



Siamo tutti omofobi, da piccolo lo sono stato anche io.
Probabilmente nella variante peggiore di tutte: l’omofobia contro se stessi.

Stazione Milano centrale, sono le 8:30 del mattino di un sabato qualunque. Io che sono di origini meridionali e vivo a Milano mi ritrovo spesso sul ciglio di un binario il sabato mattina ad aspettare i miei cari che vengono da GGIU’!

Un paio di weekend fa sono venuti a trovarmi i miei cuginetti e hanno avuto modo di incontrare anche dei loro amici salentini che studiano qui. Ho notato che fra loro – per scherzare – si danno appellativi come “frocio, gay”.

-“Ehi gay, forza andiamo a prendere la metro!”
– “Non ho comprato il biglietto”

– “Ma allora sì propriu gay” 

Ascoltare queste conversazioni mi ha riportato indietro con gli anni in quei pomeriggi estivi in cui giocavo con i miei vicini a nascondino nel cortile di casa… a fine giornata poi si andava a giocare al campetto di calcio, anche se era tutto buio. Per me non  era questo il problema però, non era mica la luce. Il problema era che per passare dal cortile al campetto la formula era sempre la seguente:

– “Tutti al campetto, chi arriva ultimo è RICCHIONE, viaaaa” 

Odiavo questa formula, la odiavo terribilmente, non per gli stessi motivi di oggi, ma perché mi costringeva a correre, correre fortissimo, inciampare, avere il fiatone, correre ma senza divertirmi, senza sorridere come facevano gli altri, perché io ero davvero RICCHIONE e in fondo dentro di me già lo sapevo, quindi correvo, planavo pur di non sentirmi dire quella parola una volta arrivati al campetto.

Ero omofobo anche io, omofobo contro me stesso!

Avrei dovuto rallentare, procedere a passo svelto, poi semplicemente camminare e arrivare al campetto quando erano ormai tutti arrivati.

Avrei dovuto dire io “L’ULTIMO È RICCHIONE, E NON CI TROVO NULLA DI UMILIANTE”

Avrei dovuto, ma non l’ho fatto. ​

Marcello Igres


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