-ina

Ottobre 4, 2019



Avrei dovuto capirlo quando la mia professoressa mi telefonò dicendo: “La commissione è tutta maschile, mettiti la gonna e un vestito scollato”.

Avrei dovuto capirlo quando la mia primaria, il giorno in cui ho preso servizio, mi chiese: “Sei fidanzata? Mi raccomando eh, niente figli per i prossimi 4 anni”.
Ma non lo capii.
Mi vergognavo.
E così scelsi un completo pantaloni e maglia accollata.
E così dissi: “No no, niente figli”.

Per i primi 4 anni ho lavorato in una équipe solo femminile. E più di qualche volta i pazienti maschi hanno rifiutato la nostra visita perché non volevano farsi visitare da donne.
Noi dermatologi ci occupiamo anche di malattie dell’area genitale.  “Hanno vergogna” mi dicevo, “c’è da capirli”.  Ma in cuor mio pensavo: “Noi donne però dal ginecologo maschio ci facciamo visitare eccome”.

Mi feriva, ma ero giovane, laureata da poco, le mie colleghe più esperte di me lo accettavano senza fiatare.
E così feci anche io.

Poi arrivarono le pazienti donne.
Mi impegnavo molto, cercavo di dimostrare che ero precisa e attenta. Ma dopo 20 minuti di visita mi chiedevano: “Beh, ma oggi il dottore non mi visita?”
Il dottore.
Maschio.
Anche questo mi feriva. Ma pensavo fosse dovuto al fatto che ero giovane, il mio aspetto trasmetteva inesperienza.
E allora via a studiare e allora via a scegliere un abbigliamento più “adulto”, allora via a costringermi a sorridere meno. È colpa mia, mi dicevo, ho un atteggiamento troppo infantile.

E poi il primo incarico vero. Quello da titolare.
Era andato in pensione un collega.
Maschio.
Anziano.
Coi capelli bianchi.
Sono arrivata io.
29 anni.
Femmina.
Nessuna delle infermiere (donne) mi ha chiesto chi fossi. Ero una informatrice farmaceutica ai loro occhi.
“Buongiorno, sono la nuova dermatologa”.
Occhi sgranati!
Chi? Tu?
Ma sei laureata?
Si, laureata, specializzata e col massimo dei voti.
Nessuna mi ha mai dato del “lei”.
Nessuna mi ha chiamato dottoressa.
Ero “quella bella ricciolona”.
Nessuna mi ha mai portato il camice in ambulatorio., come facevano invece per il collega maschio coi capelli bianchi.
Quando accompagnavano il paziente dalla sala d’attesa all’ambulatorio le sentivo quando dicevano “c’è una dottoressina giovane, ma stia tranquillo sembra bravina”.

– ina.
Non dottoressa. Dottoressina.
Non brava. Bravina.

E così feci. Perché ci ero cascata anche io in questo meccanismo perverso.
E diventai non solo “bravina” ma proprio “la migliore”. Quella che visita più pazienti di tutti in un giorno. L’unica chirurga dermatologa di tutta la mia Asl. L’unica coi titoli dirigenziali. Master su Master per “dimostrare”, per non essere più considerata “-ina”.

Fu allora che arrivò la collega, donna, più esperta. Mi prese in un angolo e mi disse: “Ma cosa pensi di ottenere a fare così? Ti stanchi e basta. Non serve. Qui sarai sempre la Signorina.”
Mi gelai. Non riuscii a rispondere nulla. Perché è così che ci dicono di fare.  Non rispondere, non essere scortese, porta rispetto, lavora in silenzio e taci.

E così feci. Ma la rabbia saliva e da qualche parte doveva uscire prima o poi.

“Signorina!”
Io ghigno.
“Oh mi scusi ha la fede al dito, Signora…”
Io ghigno.
“Facciamo così, mi chiami dottoressa, così siamo sicuri che ci prende sempre!”
Silenzio.
“Eh ma come è acida, mica le ho mancato di rispetto…”

Acida.
Frigida.
Isterica.
Esagerata.
Se non stai “al tuo posto” allora sei tu quella sbagliata.

Qual è la parte che più mi ha ferito di tutte queste occasioni a cui la vita mi ha messo davanti?
Di fronte a me c’erano sempre delle donne.
Donne più grandi.
Donne che verosimilmente da giovani avevano subito le stesse discriminazioni che ora facevano subire a me.
Spesso il problema non sono i maschi. Siamo noi.
Smettiamola di castrare noi stesse e le altre, uniamoci, sosteniamoci, abbracciamoci, e cambiamola insieme questa mentalità che ci vuole sempre -ina.

Federica Osti


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