Il privilegio nascosto

Aprile 28, 2020



All’età di quindici anni, la parola “privilegio” ricopriva un significato chiaro, specifico, da dizionario. Per quanto potesse interessarmi, il privilegio era qualcosa di strettamente materiale, fisico, incarnato nel benessere e nella sicurezza finanziaria. Da adolescente avevo motivo di credere che i “privilegiati” fossero solo le persone benestanti, niente di più, niente di meno. Mi raccomando, essere ricchi è e rimane un privilegio, su questo non ho cambiato idea. Crescendo, però, ho imparato sulla mia pelle che la parola privilegio può avere più sfaccettature e che può riferirsi anche ad altre questioni, non limitandosi solamente all’aspetto economico di una famiglia o nucleo di persone. Col passare degli anni ho riscoperto, non senza fatica, che esistono un gran numero di privilegi invisibili. Avete letto bene, “invisibili”. Sono delle realtà sottointese, di cui le persone godono senza rendersene conto, realtà che, a quindici anni non ero in grado capire o riconoscere, per via di una scarsa esperienza o di un attaccamento ai vari preconcetti di cui è vittima qualusiasi giovane umano di qualunque regione del mondo. Ora sono un uomo adulto, mi piacerebbe definirmi completamente libero dai preconcetti dell’adolescenza, ma ci sono ancora dei punti su cui lavorare. La libertà costa fatica. Devo però ammettere che alcune cose le ho capite, tanto da poter guardare il mondo con occhi diversi. Potrei tediarvi elencandovi tutti i privilegi invisibili che reputo di aver riconosciuto dopo la scoperta di questo concetto, ma rischierei di divagare dalla vera natura del mio messaggio. Correrei il rischio di cantare un’ode al mio talento dimostrandomi ipocrita e spocchioso. Io non sono un maestro, né tantomeno un nuovo Buddha sceso in terra pronto a elargire una dottrina rivoluzionaria. Sono un uomo qualsiasi, con il solo desiderio di comprendere ciò che avviene intorno a lui. Neanche farò la vittima, è un ruolo che non mi si addice. Vi dirò invece che mi reputo fortunato. Ho una casa, una famiglia, un lavoro e buoni amici e, credetemi, posso garantire che tutto ciò non è affatto scontato. Non voglio soffermarmi nemmeno sulle mie semplici fortune, ma voglio condividere qualcosa di più intenso e a tratti spiacevole, raccontandovi dell’unico privilegio invisibile di cui non godo, il privilegio di essere eterosessuale. Riesco quasi a sentire i cori di stupore per questa mia affermazione, non per via di un particolare cinismo o frutto di una fantasia sovrasviluppata, ma per il semplice fatto che, questo particolare genere di esclamazioni, le ho sentite sul serio quando ho espresso, al tavolo di un bar durante una piacevole conversazione, questa mia idea. Non giudicherò nessuno perché posso capire lo sconcerto iniziale ad affermazioni del genere.


Cosa significa effettivamente godere del privilegio eterosessuale? Per dare corpo a questo concetto, complicato nella sua semplicità, devo aprirmi con voi, farvi entrare nel mio intimo e mostrarvi alcune delle cicatrici nascoste che, come la maggior parte delle persone omosessuali, porto dentro di me.

Cominciamo col chiarire qualcosa che sembra ancora sfuggire a molti: essere gay non è una scelta. Non lo dico per portare acqua al mio mulino, il consenso non mi interessa, ma lo dico perché voglio invitarvi a fare un ragionamento, ad allenare la parte empatica della vostra anima. Seguitemi un secondo: in un mondo dove la maggior parte delle religioni, politiche e stati di diritto, guardano all’omosessualità come una minaccia o una malattia da estirpare per garantire la prosperità della società, quale sano di mente sceglierebbe di rientrare di proposito in una categoria perseguitata a prescindere? Perché qualcuno dovrebbe rinunciare a una parte della propria personale serenità per gettarsi tra le braccia della discriminazione rischiando di incappare nella violenza più cruda? No. Essere gay non è una scelta. Sfatiamo un secondo mito: accettare la propria identità non è un gioco da ragazzi. La prima battaglia, la più importante, bisogna combatterla con se stessi, senza poter contare su alcuna guida o alleato. Attuare una metamorfosi interiore atta ad abbattere anni di educazione e di schemi, di impalcature che ci sono state costruite addosso da una società che, da ragazzini, non si conosce ancora. Contrariamente a ciò che si crede, non ci si sveglia alla mattina dicendo: «Toh guarda, sono gay!» Fidatevi di me, preferirei che fosse così.


In principio tutto parte dal proprio corpo, con gli ormoni che si accendono seguendo stimoli implacabili che sconvolgono la mente di coloro che li provano per la prima volta, impulsi che non corrispondo però a ciò che i tuoi genitori ti hanno insegnato. Ai maschi piacciono le femmine e, alle femmine, piacciono i maschi. Concetto semplice, facilissimo da applicare, talmente facile che, nel mio caso, non ha funzionato. Che bella fregatura! Sapete qual è la prima vera sensazione che si prova quando ci si scopre gay? Ci si sente sbagliati e si prova disgusto per se stessi. Ci si sente come dei mostri mutanti, qualcosa che non dovrebbe esistere. Si è troppo giovani per poter chiedere aiuto, semplicemente perché non si sa esattamente per cosa chiedere aiuto. Il mondo che ci circonda diventa di colpo ostile. Le persone che ci circondano, famigliari e amici, dovrebbero farci da modello e da guida, aiutandoci a capire cosa sta accadendo, solo che quando si intuisce la propria omosessualità ci si accorge che nessuno ti ha mai preparato a quest’evenienza, dando per scontato che questa “disgrazia” sarebbe avvenuta in altre famiglie ma non nella propria. Ecco come ci si sente: una disgrazia. Come un crudele sciame di vespe le frasi tipo: «Sono dei pervertiti», «Poverini hanno una malattia», «Bruceranno tutti all’inferno!» iniziano a ronzarti nella testa aumentando la sensazione di disagio. Ecco lo sforzo empatico che vi chiedo, provate a immaginate cosa può provare una persona, riguardo a se stessa, dopo aver ascoltato per tutta una vita queste affermazioni e, dulcis in fundo, scoprirsi proprio uno di quei malati pervertiti che finiranno all’inferno per aver offeso Dio. Per quanto riguarda la mia diretta esperienza, crollai. Ricordo che trovavo ristoro nel bere un bicchiere di troppo al sabato sera, i disperati tentativi di portare a letto una ragazza per cui non nutrivo alcun interesse, solo per mostrare ai miei amici di essere come loro. Il coming out non è affatto un gioco. Si può paragonare a un percorso iniziatico finalizzato alla propria rinascita, un sentiero che ti mette costantemente alla prova. Richiede tempo, forza e sopportazione perché, come i serpenti, chi affronta quel passaggio deve imparare a cambiare pelle, abbandonando ciò che credeva di essere e iniziare a vivere come ciò che è realmente.


Sono consapevole di essermi dilungato ma era necessario affrontare questo discorso. Potrei condividere molte altre esperienze con voi ma correrei il rischio di lasciarmi prendere la mano e allontanarmi dal fulcro, da una delle verità che ho scoperto, o meglio, che mi hanno fatto scoprire. Ho incominciato questo monologo parlando di privilegi nascosti, promettendo che mi sarei soffermato sul privilegio eterosessuale. Cosa significa esattamente godere di un privilegio invisibile? Significa, fondamentalmente, incontrare l’accettazione incondizionata da parte della società che ti circonda e di cui fai parte. Nello specifico del privilegio eterosessuale, vuol dire poter vivere sapendo che la vostra, o il vostro partner, in quanto appartenente al genere opposto al vostro, verrà integrato a priori dalla propria famiglia, riconosciuto/a dalla propria istituzione religiosa e, infine, dalla propria patria. Significa poter manifestare affetto senza incappare in sguardi di disgusto, minacce di morte, atti di violenza, avere una legge che ti tutela, che ti consente di proteggere il tuo amore e di costruire le basi per una vita insieme e la costruzione di un nucleo famigliare. Forse è difficile da capire quando si nasce nella squadra giusta, ma vi chiedo di fare uno sforzo, e di immaginare la vita di coloro che non godono di questo “privilegio”.


Racconterò un piacevole scambio di idee che ho avuto con un carissimo amico di vecchia data.


Anni fa, stavo chiacchierando con un amico al tavolo della birreria del paese. Ricordo i tavoli pieni, perché trasmettevano una partita di calcio sul maxi schermo ma, tengo a precisare, non fu l’evento sportivo ad averci attirato lì. Il mio amico aveva bisogno di sfogarsi, di raccontarmi come il rapporto con la sua ragazza si fosse impantanato in un periodo di contrasti e discussioni continue. Parlavamo e bevevamo, ascoltai i suoi problemi e cercai di venirgli incontro offrendo qualche consiglio da buon amico. Di tutte le parole che vennero dette, ricordo con chiarezza il peso di una sua frase in particolare:« Beato te che non hai a che fare con le donne. La tua vita è tutta discesa,» disse finendo il secondo boccale di birra. Guardai il mio bicchiere semi vuoto con un’ombra discesa sullo sguardo. «Lo credi sul serio?» intervenni io stupefatto. «Credimi la mia vita non è affatto semplice. Può sembrarlo ma ti garantisco che non lo è! Al massimo sei tu ad avere una vita in discesa.»


Solo allora mi resi conto di quanto il mio amico ignorasse la fortuna della sua condizione e avesse un’idea distorta della mia. È necessario far cadere questa illusione. Avere sempre il sorriso stampato in faccia (cosa che non mi si addice tra l’altro) non implica essere felici. Come la vita non offre sconti a nessuno, non li offre nemmeno alle persone come me. Il fatto che io sia omosessuale non mi preserva da incontrare persone che possono prendersi gioco dei miei sentimenti, non sono immune dalle delusioni d’amore o dalle frustrazioni lavorative come da tutti gli altri problemi che affliggono le persone di questo pianeta. Devo pagare le bollette, rispettare le rate della macchina e affrontare ogni genere di imprevisto. La sola differenza è che le persone come me partono un paio di gradini più in basso. Questo significa essere privi di uno dei previlegi nascosti. Dover lottare contro insidie costruite ad hoc per te, dover affrontare problemi che non toccheranno mai le persone che, invece, godono di quel privilegio senza esserne coscienti. Leggermente ferito, ricordo che conclusi la chiacchierata esprimendo un pensiero semplice e pesante che covavo in me da diverso tempo. «Sai? Sono io che ti invidio…perché con la persona che ami tu puoi creare la vita, mentre io…non posso in alcun modo.» In questa frase potrei racchiudere tutto il disagio silenzioso di chi non gode del privilegio invisibile. Dover affrontare la vita con dei pesi extra sopportando gli attacchi di un mondo che non ti vuole, macchiato delle colpa di non essere come gli altri. Avrei voluto una vita diversa? Forse sì, ma è una scelta che non mi è concessa. Vivo apprezzando la mia natura e godendo di ciò che sono ogni giorno, accettando le sfide a cui, l’esistenza di un non privilegiato, ti sottopone. Bisogna essere forti anche per coloro che non possono esserlo, farsi carico delle paure altrui dimostrandosi più coraggiosi.

Luca Scolari



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