Il corpo sottile

Ottobre 25, 2019



Non mangiare.
Non permetterti.
Te la farò pagare cara!
Ecco, vedi?! Hai ceduto!
Stupida, stupida, stupida m***a!
Oh, ma adesso te la vedrai con me!
Ti farò passare la voglia di ingozzarti come un maiale!
Por*a, schifosa, non vedi come sei ridotta?!
Dieci flessioni, su, avanti, e non fiatare!
Uno, due, tre… dai! Ca**o, non fermarti!
Quattro, cinque, s-sei, dai che ce la fai!
Sette, otto, nove… e dieci!
Oh, bene! Così mi piaci! Così si fa!
Ora dieci addominali, su!
Ah, cara mia, non ti darò tregua, non ti lascerò respirare!
Morirai di fatica, ma morirai magra!
E finalmente il mondo vedrà quanto sei stata brava.

La voce nella mia testa non mi lascia stare un minuto.
Vuole comandare, vuole farmi sentire che c’è, vuole annientarmi.
A parole il suo è un aiuto indispensabile: vuoi avere un fisico da favola? Allora dai retta a me e fai tutto quello che ti dico!

All’inizio è una compagna discreta, ma poco per volta si impadronisce dei miei pensieri fino a farla da padrone e a monopolizzare la mia esistenza.
Sono gli anni dell’università, sto scrivendo la tesi magistrale, sono stressatissima. Quel ca**o di capitolo due non si scrive, il ragazzo che mi piace è un angelo a parole ma non mi offre alcun appoggio sul piano fisico e materiale. Bei messaggi, bei regali, tante carezze, troppe ambiguità.
Mi sento invischiata in una spirale distruttiva, prigioniera di un corpo che non voglio sentire mio.
Se potessi urlerei forte come Mommina, quella di Questa sera si recita a soggetto, che con un grido ha posto fine alla sua vita e si è liberata della prigione di pietra che gli altri le avevano costruito attorno.

Gli altri.
È colpa loro se io mi sento così.

Mi sono sentita dire per troppo tempo che non andavo bene così com’ero e adesso voglio vendicarmi.
Vedranno di cosa sono capace!
Diventerò così bella da fargli invidia!
Vattene, corpo, lasciami stare. Io solo spirito voglio diventare!

Comincio a rifiutare ogni tipo di carboidrato.
Pane, pasta, riso ai miei occhi diventano terribili nemici.
Mi nutro solo di verdure, un po’ di formaggio e qualche volta carne.
Mi muovo tantissimo, faccio pesi, ginnastica, vado in bicicletta praticamente ovunque e cammino il più possibile.

I risultati arrivano quasi subito: nel giro di poche settimane comincio a perdere peso, ma non mi basta.
La voce nella mia testa pretende di più, molto di più, sempre di più.

Devi fargli vedere di cosa sei capace!
Devi farli vergognare come loro hanno fatto vergognare te!

Comincio a fare battutine, le stesse che dedicavano a me qualche anno fa: “ma quanto mangi?! Ma non ti sembra troppo?! Oddio, guarda che piatto..!”

La gente ci rimane male, si allontana, si indispettisce.
A me non importa un fico secco: sono loro le bestie, non io.

Mi concentro su me stessa: ogni mattina conto le ossa delle costole e verifico se si sentono abbastanza.
Mi peso almeno una volta al giorno e se mi sembra di aver perso troppo poco per punizione dimezzo le mie già scarsissime porzioni.
Voglio scomparire, voglio dissolvermi, cosa me ne faccio di tutta questa ciccia ingombrante?!

Intanto il mio corpo comincia a dare segni di cedimento.
Sono sempre stanca, deconcentrata, esausta.
Mi sveglio con le palpitazioni, perdo i capelli, fatico a stare in piedi, barcollo come se fossi ubriaca, ho le occhiaie, la pelle secchissima e zero mestruazioni. In più sono sempre nervosa e litigo con chiunque.

Quando rispondo male perfino a mia nonna, l’unica persona al mondo che ami più della mia stessa vita, capisco che è davvero finita.
Non si torna più indietro.
Sono diventata un mostro.
E sapete che c’è? Quasi quasi mi piace!

È il prezzo da pagare per avere un bel corpo, uno che faccia girare tutti quando passi per strada!

La dottoressa M. non è d’accordo.
Per lei questa è una forma abbastanza grave di anoressia.
Guarda, dice, nel giro di due mesi hai perso tredici chili.
Se vai avanti così rischi il ricovero.
Devi cambiare, devi reagire, devi farti aiutare.

La me testarda fa finta di ascoltare ma poi esce e si dimentica ogni cosa.
Sono fatti miei, in fondo, e comunque sto benissimo!

No, non è vero, non sto benissimo.
Sono arrivata al limite, sono esausta, mi sento una fallita.
Mi domando da dove nasca tutta questa voglia di distruzione.
Perché odio così tanto il mio corpo?

Ho cominciato da ragazzina, a sabotarlo, con i tagli.
Ero al liceo classico, mi scoppiava la testa a furia di non capire le versioni, mio padre era malato, mia madre cercava di tenere le redini meglio che poteva, i miei fratelli erano relativamente piccoli, nessuno mi capiva.

Avevo “Lei”, una disadattata come me, che quando ci vedevano insieme ci chiamavano lesbiche e io mi vergognavo perché in cuor mio sapevo che avrei voluto molto più che un’amicizia.
Io la amavo, e amavo le sue cicatrici.
E lei sopportava le mie.
Le curava. Le disinfettava. Lavava via il sangue come una brava infermiera.
Poi se n’è andata, e le abrasioni ho dovuto cominciare a guarirmele da sola.
Sono rimaste quelle del cuore, che ancora non vanno via.
Una in particolare mi riporta alla mente un episodio accaduto alle elementari.

Dovevamo fare un esercizio di statistica per scoprire quanto pesano in media i bambini della quarta B.
La maestra di matematica ci chiama a uno a uno per sapere quanto siamo magri. O grassi.
Terrorizzata invento una cifra a caso, ma lei non ci casca.
Vieni qui che controlliamo subito! esclama appoggiando la bilancia bianca sul pavimento.
Mi sento morire.
Con me ci sono altri due sfortunati compagni, anche loro piuttosto ben messi. Ci pesiamo davanti a tutti.
Io sono l’ultima, e vorrei sparire.
Invece no, salgo e ascolto il verdetto come un condannato a morte.

Pesi più dei maschi! ride la maestra comunicando alla platea ammutolita la sua personale idea di bellezza. E le cifre che fanno di me una ragazzina obesa.
Torno a casa e non dico niente a nessuno, mi vergogno troppo.
Però ci penso, e nella mia testa cominciano a farsi strada strani pensieri.
Ho qualcosa che non va, è chiaro.
Sono troppo cicciotta.
Non sono come tutte le altre.
Faccio schifo.
I miei problemi con il cibo molto probabilmente partano tutti da qui.

Comincio a chiedermi se sia giusto.
Se sia giusto farsi condizionare in questo modo, e mi rispondo che no, non si può, non va bene.
Cosa sono diventata, accidenti?!
Cosa mi hanno fatto diventare?!
Vattene, stupida voce, non voglio più darti retta!
Vattene, sono stufa di ascoltarti!
Voglio rinascere, voglio rimettermi in sesto.
Voglio vivere.

Cancellare i fantasmi è la parte più dura.
Imparare ad amarmi ancora di più.
Ci sono giorni che vorrei farmi a fette e altri che mi ricoprirei di affetto.
Giorni che cado e altri che cresco.
Giorni di buio e giorni di fresco.
Quando non ce la faccio più esco e cammino, cammino, cammino, con qualcuno o da sola, e penso, penso, penso.
Poi torno a casa e mangio.
Normalmente, senza ingozzarmi ma anche senza fare storie.
Una sera accetto pure la pizza, mia ex nemica giurata.
Pian piano riprendo vigore, e colore.
Non sembro più una vecchia carampana, ma una ragazza sana e sì, anche abbastanza bella.
Non importa se chi dovrebbe dirmelo è ormai lontano, a me frega solo di stare meglio e di ricominciare a piacermi.

Nel frattempo, faccio teatro, incontro nuove persone e porto in scena parte della mia storia multiculturale.
Il mio racconto piace, lo pubblicano in un libricino insieme ad altre storie di partenze e migrazioni.
Sono molto orgogliosa di questo risultato e non faccio nulla per nasconderlo.

Incontro anche un ragazzo, ci troviamo bene, trovo un lavoretto, continuo a scrivere la tesi e a dicembre mi laureo con il massimo dei voti e la lode.
Mi ristabilisco e un po’ alla volta capisco che anche con questo “Lui” le cose non vanno.
Non importa, è stato comunque un bel periodo.
Ci si lascia serenamente, io continuo la mia vita.
Trovo un altro lavoro, mi ambiento benissimo, sono felice.
Faccio anche coming out: voglio essere libera di amare chi voglio.
Non uso etichette, al massimo mi definisco queer o pansessuale.

Voglio essere contenta, e cerco la felicità in ogni angolo.
Se non la trovo, raccolgo un centesimo di rame.
Voglio vivere, voglio esserci, voglio (r)esistere.

Scrivo, scrivo tantissimo: romanzi, poesie, collaboro con un blog che tratta di tematiche legate al mondo LGBTQI e mi dedico al disegno a fumetti.
Ho intere cassetti pieni di tavole che forse un giorno mostrerò a qualcuno.
Intanto racconto me stessa, e come mi sono salvata.
Una, due, trecentomila volte e ancora di più.

Ci sono, e non me ne vado.
E non chiedo più il permesso per restare.

Nicole Zaramella


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