Il banco vuoto

Settembre 28, 2018



Non ricordo episodi specifici in cui posso aver discriminato.
Credo di discriminare sistematicamente una determinata parte politica il cui elettorato tendo a considerare sistematicamente stupido. Credo che sia un atteggiamento figlio di una rabbia mista a terrore per la situazione politica attuale, anche se so che considerare “stupidi” gli altri non aiuta.
Altri atteggiamenti discriminatori li ricollego all’età adolescenziale, quando chi aveva un determinato tipo di scarpe era un “fighetto” e come tale andava evitato, mentre noi “alternativi” portavamo scarpe dello stesso prezzo, comprate semplicemente in un negozio diverso.

Riguardo alle discriminazioni subite, ricordo un episodio alle scuole elementari. Non ricordo bene in che classe fossi, ma era quella in cui si è soliti fare la prima comunione. Dopo qualche giorno di catechismo avevo pregato i miei genitori di risparmiarmelo e loro avevano acconsentito spiegandomi che questo non mi precludeva nulla perché era un percorso che potevo riprendere da grande. Il giorno dopo la prima comunione dei miei compagni sono entrata in classe e su ogni banco c’era un pacchetto regalo da parte della maestra, tranne che sul mio.
La maestra si è accorta di avermi in qualche modo ferita, mi ha sorriso e mi ha detto: “Tu la farai quando ti sposi”.  Come se il problema fosse quello.

Rimanere atea non era contemplato. Mi sono sentita sbagliata, perché diversa. Mortificata e molto sola. Il fatto che la discriminazione fosse messa in atto dalla mia figura educativa di riferimento lo ha reso sicuramente ancora più dolorosa. Ricordo che questa storia fece infuriare mia madre che il giorno dopo parlò con la maestra. Avevo capito che, “per gli altri”, fare o non fare quel catechismo non era poi una scelta così libera come mi avevano spiegato a casa mia, ed ero molto risentita perché le preghiere le avevo imparate tutte da mia nonna, che mi faceva anche pregare la sera e parlare con Dio… ma a differenza di tutti i miei amici non avevo avuto né un orologio né la play-station in cambio.

Alice Di Leva


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