Fumo e catarsi

Novembre 11, 2018



Tu non sei decisamente il tipo di persona che ci si aspetterebbe di trovare in un locale come questo a quest’ora del mattino.

Sei in una discoteca malfamata di Testaccio, punto di ritrovo di americani sbronzi e altri personaggi, per lo più autoctoni, dall’aria poco rassicurante.

Il motivo per cui ti trovi qui ha proprio a che vedere con la tua scelta di rimanere solo: onde evitare ogni facile tentazione con le donne, hai deciso che ogni week end saresti uscito con E., il capo del tuo migliore amico.

E. ha esattamente la tua età e la sua vicinanza ti fa stare bene. In qualche modo, la sua amicizia è stata un’importante ancora di salvezza dopo la fine della tua storia. Il suo essere single e il suo (apparente) scarso interesse per le donne fa sì che nessun essere di sesso femminile venga coinvolto nelle vostre serate, durante le quali vieni letteralmente trascinato da un locale all’altro perché, a dire dello stesso E., “c’è sempre un posto migliore dove andare”.

Lo hai conosciuto grazie al tuo migliore amico, il quale sin da subito ti aveva messo in guardia circa la natura a suo dire “ambigua” di E.: “a lavoro dicono tutti che è f****o”.
Lui nega, ma è palese: troppe battutine, troppi ammiccamenti ambigui ai maschi. Se non ha fatto ancora coming out è perché nel nostro ambiente gli farebbero la pelle.
Non che io ne sia felice, certo, ma va così, che ci vuoi fare.

Per quanto quelle parole ti avessero turbato, avevi deciso di non dargli peso per due ragioni: la prima, è che fin troppe volte tu stesso sei stato etichettato come f****o a causa dei tuoi modi comunemente considerati poco mascolini. Spesso, soprattutto durante l’adolescenza, hai sofferto tali insulti, riuscendo a superarne i traumi soltanto quando hai smesso di considerare la parola “gay” come un’offesa. Non puoi quindi non provare una certa empatia nei confronti di E. In secondo luogo, se anche l’omosessualità di E. fosse reale, non vedi perché la cosa dovrebbe infastidirti; anzi, provi un certo dispiacere all’idea del possibile conflitto che potrebbe portarsi dentro.

Quando siete arrivati qui eravate già piuttosto sbronzi, ma E. ha proposto un altro giro di bevute. Come al solito, essendo una persona molto facoltosa, ha insistito affinché tutta la serata fosse a sue spese. Dopo un po’ che ballavate ti ha mollato sulla pista per dirigersi verso il piano bar, così ora sei solo in attesa che torni con l’ennesimo giro di cocktail annacquati.

Mentre eri in mezzo alla folla, con la coda dell’occhio hai visto una ragazza avvicinarsi con fare provocante, ma prima che potesse parlare E. sbuca tra la folla parandosi tra di voi. La guarda storto, cosa che dovrebbe forse farti porre qualche domanda, e con sguardo di sfida le dice: “Bella, aria”, poi voltandosi verso di te ti porge il cocktail annacquato e dice: “Beviamoli fuori questi, ok? Potremmo andare al mare se ti va.”

Tu, che nell’ultimo periodo ti sei trasformato in una sorta di “yes man” e che al contempo non vedi l’ora di lasciare questo posto, rispondi positivamente. “Va bene!” gli urli nell’orecchio per sovrastare la musica ad alto volume, “Mi pare una bella idea!”.

Ad aspettarvi fuori dal locale ci sta una limousine, la stessa che vi ha portato qui, ovviamente sempre a spese di E.
​Salite a bordo e lui comunica la direzione all’autista: “Portaci al mare, una spiaggia libera qualunque va bene.”

Tu guardi l’orologio che hai al polso: le lancette segnano le 3 del mattino, ma da qualche settimana a questa parte hai deciso di non farti più problemi di orario. La limousine parte e in men che non si dica vi ritrovate a sfrecciare lungo la via del mare.

Finite i cocktail e stappate una bottiglia di champagne di una marca molto costosa. Per la prima volta da quando conosci E., ti domandi se tutti i soldi che spende nelle vostre serate non abbiano lo scopo di impressionarti, celando intenzioni non ancora del tutto chiare. Sorridi pensando alla tua probabile ingenuità.
Bevete lo champagne, scendendo in picchiata sullo scivolo dell’ubriachezza.

“Lo sai cosa penso?”

E. ti guarda dal divano di fronte al tuo.

“Cosa pensi?”

E. si alza e con un balzo ti si siede vicino. Puzza terribilmente d’alcol, pensi, ma poi ti dici quell’ odore non dev’essere tanto diverso da quello che emani tu stesso.

“Che sei una persona speciale. Sto bene con te, era tanto che non mi capitava.”

Tu lo guardi e gli dai una pacca sulla spalla.
“Anche io sto bene in tua compagnia, vecchio maiale,” ironizzi “sono contento della nostra amicizia”.

Dopo un po’ la limousine accosta sul lungomare. L’autista scende e ci apre lo sportello.
“Dopo le quattro del mattino ci sta un costo aggiuntivo” ci avverte mentre smontiamo dalla vettura.
E. si infila una mano in tasca ed estraendone alcune banconote stropicciate le porge all’uomo.
“Fatteli bastare”, gli dice.

Ti prende per un braccio e ti trascina verso la spiaggia. Tu sai che se le storie sul suo conto sono vere, ciò potrebbe significare che devi aspettarti un possibile approccio da parte sua. La cosa non ti preoccupa: sai che, da parte tua, ciò non pregiudicherebbe l’amicizia. Sei convinto di poter avere il controllo totale sull’eventuale situazione che verrà a crearsi. Puoi gestire tutto senza ferire i suoi sentimenti.

E. continua a trascinarti verso il mare, nell’oscurità della spiaggia.
“Sediamoci qui” dice fermandosi in un punto non lontano dalla riva.
Tu accetti perché potrebbe trattarsi di qualunque cosa: potrebbe essere un amico sbronzo in vena di quattro chiacchiere sotto le stelle. O potrebbe essere una persona interessata a te in un altro senso. Decidi di tentare la sorte. Del resto, gli ultimi avvenimenti della tua vita ti hanno insegnato che qualunque cosa può succedere e che non bisogna mai dare nulla per scontato.
Così vi sdraiate uno accanto all’altro.

Mentre E. ti parla di quanto sia felice di essere sbronzo, qui e ora, con te, tu non puoi fare a meno di pensare a cosa ti aveva detto il tuo migliore amico quando aveva saputo delle tue serate con E. : “Guarda che così glielo farai credere. Secondo me lo fai apposta, ti comporti come una cagna”.

Per la prima volta, avevi capito come debbano sentirsi tutte quelle persone (specialmente donne, le “cagne”, appunto) alle quali vengono rivolte questo genere di accuse. Ti eri fatto schifo per aver usato tu stesso, in alcune occasioni, quelle parole.

Questo e altri pensieri si affollano nella tua mente sbronza. Ci metti un po’ ad accorgerti che E. ha smesso di parlare. Quanto tempo è passato? Ti giri nella sua direzione e lo trovi sdraiato di fianco a pochi centimetri da te. Le parole che pronuncia, guardandoti negli occhi, suonano lontanissime.

“Marco, lo sai che stasera sei proprio da baciare?”

E infatti il bacio scatta. È un bacio delicato, senza lingua, un bacio forse volto a testare la tua voglia di ricambiarlo. Voglia che, ovviamente, non esiste.

“Aoooo mo non s’allargamo!” urli in romanaccio, ridendo. Non vuoi che si senta in imbarazzo, la tua è per questo una risata gentile, goliardica, volta a sdrammatizzare.

E. scatta in piedi, fa qualche passo indietro, casca col sedere sulla sabbia, si rialza. Con la voce che gli trema per l’imbarazzo dice: “Ehi guarda che scherzavo, non sono f****o”.

Trovi l’utilizzo di quella parola da parte sua estremamente disturbante. Cosa porta una persona evidentemente omosessuale a usare un termine simile? La volontà di essere accettato? E da chi? Da te? Dalla società? Dal mondo?

Ti alzi, anche tu barcollando per via dell’alcol ingerito finora. Con molta calma ti avvicini a lui.

“E.,” gli dici, “per me non ci sono problemi. Ho amici omosessuali e bisessuali, che problemi pensi che io possa avere? A me basta che tu accetti la mia eterosessualità e per quanto mi riguarda amici come prima”.
“Ma non hai capito che scherzavo? A me piace la f**a, fidati”.
Mai hai sentito qualcuno affermare qualcosa con così poca convinzione.
“E., non voglio insistere, ma…”
“Tu non capisci”.

Ciò che succede poi ti spiazza. E. si siede a terra e incrociando le gambe inizia a piangere con il viso tra le mani. Non sai che fare.

“E.,” muovi un passo sulla sabbia verso di lui “sei un bel ragazzo,” tenti maldestramente di consolarlo, “solo che io non sono gay”.
“Tu non capisci, non è questo”.
Ti fermi. Decidi di aspettare che sia lui a parlare, se vuole.

Passa qualche minuto prima che si calmi e ti dica: “la mia famiglia è molto religiosa, sai cosa accadrebbe se sapessero… questo? E sai cosa accadrebbe se lo sapessero a lavoro? Tu non lo conosci quell’ambiente, è terribile. Mi farebbero fuori, non ci sarebbe più futuro per me, in nessun ambito. La mia famiglia, il mio lavoro, perderei tutto, tutto!”

A questo punto vorresti che la storia potesse terminare con un lieto fine, o quanto meno con un finale consolatorio. Purtroppo, sei sbronzo e forse troppo poco sensibile e cinico per trovare le parole giuste.

Qualcuno una volta ti ha detto che non sei capace di provare empatia. Forse quel qualcuno aveva ragione. Probabilmente, non vedi per E. una via di uscita. Vorresti poterlo confortare, dirgli che se gli altri non lo accettano possono andare a quel paese. Purtroppo, il mondo è più complesso di così.

Ti siedi accanto a lui e gli cingi le spalle con un braccio.
“Ce l’hai una sigaretta? Sono quasi quattro anni che non fumo”.
E. tira su col naso, prende il pacchetto dalla tasca dei jeans e ne estrae due.
Fumate in silenzio nell’oscurità della notte.

Vorresti poter giungere a un finale diverso, ma non c’è catarsi.

Finite di fumare.
Poi ve ne andate via di lì.



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