Croci senza giustizia

Settembre 26, 2018



È un pomeriggio piovoso e sono parecchio agitato, ma decido comunque di presentarmi.
So che entrare in una cooperativa di stampo religioso non è il massimo, ma penso che nel sociale la mentalità sia più aperta, no?

“Ciao Matteo, piacere di conoscerti. R. mi ha parlato di te e quindi ho pensato di contattarti per un colloquio perché avremmo bisogno di un educatore maschio nei nostri servizi”.
Parliamo molto di tutte le mie esperienze, del mio tirocinio, del mio volontariato in Brasile con i meninos de rua. Il selezionatore è molto soddisfatto e, dopo molti sorrisi, alla fine mi fa un’ultima domanda: “Che cosa più ti preoccupa di questo lavoro?”

Decido di essere sincero: “Nutro normali preoccupazioni, come ad esempio il non piacere ai ragazzi, ma parlando a cuore aperto la mia paura più grande è il non essere accettato dai colleghi in quanto non eterosessuale”.
Il suo viso si fa cupo.
Non sorride più.
“Ah… Beh… Stai tranquillo, cioè… Guarda che la Chiesa ha fatto un sacco di passi avanti!”
“Lo so, ed è per questo che mi sono presentato comunque a questo colloquio, ma so che in certi contesti alcuni hanno difficoltà a rapportarsi con persone come me, quindi mi è sembrato giusto dirglielo.”
“No ma tranquillo! Comunque… Pensandoci bene… Forse non sei la persona più adatta per questo lavoro, mi dispiace… Però posso chiederti di fare girare la voce tra i tuoi compagni dell’università?”

La situazione si fa surreale. Fino a pochi minuti prima parevo il candidato ideale, adesso invece non sono altro che uno scarto. Sono talmente confuso che riesco solo a rispondere: “Sì certo, è stato un piacere, a presto”.

Esco.

Mi ribolle il sangue nelle vene.

Sono appena stato cestinato per quello che sono. La mia esperienza e la mia formazione non hanno retto: il mio orientamento sessuale è stata l’etichetta che mi ha reputato come inadatto ad educare.

Provo rabbia, risentimento, rancore, vorrei solo urlare e distruggere tutto ciò che mi circonda.
Alcuni mi dicono che ho fatto male, che certe cose non le devi assolutamente dire, specie al lavoro. Ma ricordo ancora bene il disagio vissuto un anno fa, quando in un ente un mio collega ha deciso di condannarmi al silenzio poiché non rispettavo la triade maschio-bianco-etero.
E ricordo anche quando un mio capo mi ha detto “In Italia si parla tanto di diritti per tutti, ma noi siamo per la famiglia naturale: la madre è la madre e il padre è il padre”. Non appena tentai di rispondere, mi liquidò: “Non mi interessa che cosa pensi tu, qui si fa così, punto”.

Non voglio condannarmi a lavorare in un posto in cui devo nascondermi. Avendo un passato da fervente cattolico, ho sperimentato anche nell’anima cosa significhi fare fatica a guardarsi allo specchio, e non voglio più distogliere lo sguardo dagli occhi di nessuno, soprattutto di me stesso.
È difficile, ma sto lottando per affermarmi perché è assurdo che una persona debba valutare le mie competenze in base ai miei sentimenti.

Ci sono stati momenti in cui ho creduto di non farcela, ma oggi non posso che essere felice: al lavoro e all’università sono rispettato per ciò che sono, ho il supporto di tutti i miei amici e parenti e con i miei attuali colleghi vado al Pride per chi, come me pochi anni fa, vive ancora nelle proprie ombre.

Ma del resto dico spesso a tutti
che quella croce senza giustizia
che è stata il mio manicomio

non ha fatto che rivelarmi
la grande potenza della vita.
– Alda Merini
Matteo Botto


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