Con il senno di poi

Ottobre 1, 2018



Nel corso della vita tutti, secondo me, hanno subito forme di discriminazione. Alcune più velate, altre più mirate ed esplicite.
In questi miei 26 anni ho vissuto discriminazioni che, seppur non paragonabili a quelle mosse da xenofobia od omofobia, non devono essere sottovalutate.

La prima che mi viene in mente che, in un modo o nell’altro, ha contribuito a creare insicurezze in me protratte fino a qualche anno fa, risale ai tempi delle scuole medie. In prima media soprattutto, quando ero un po’ considerata la “paffutella” della classe e mi venivano assegnati nomignoli poco carini. Come dicevo prima, non so se questa possa considerarsi vera e propria discriminazione. Ma per me quest’ultima sussiste nel momento in cui qualcuno ti fa sentire diverso, inappropriato, sbagliato. Ed io, in quel frangente, mi ero sentita così; perché, in uno modo o nell’altro, gli ALTRI mi avevano portato a sentirmi così.

Un altro episodio, ben impresso, risale ai tempi delle elementari. La quarta, se non erro. Dovevamo fare un cartellone di classe per la recita, ed io mi ero proposta di occuparmi della parte “grafica” essendo mossa, ai tempi, dalla passione per il disegno. Passione poco incentivata dalla maestra in questione, visto che ricorrevano spesso battutine volte a deridere i miei disegni davanti al resto della classe.
Rispetto al caso precedente, qui la discriminazione è partita dall’insegnante. Decise, infatti, di far disegnare solo quelli reputati da lei “i più portati nel disegno”. Coloro che, a suo avviso, avrebbero realizzato un calendario degno di essere mostrato al pubblico della recita. I “più bravi” si sarebbero occupati della parte più consistente del cartellone, io (così come altri) solo di una piccola parte; una sorta di “contentino”, insomma.
Un episodio parecchio grave, a mio avviso; in quanto una figura educativa, che non si è configurata come tale, ha fomentato insicurezze nella mia persona e battutine poco gradevoli da parte dei miei compagni.

Concludo dicendo che, sulla base della mia esperienza, l’età e la maturità della persona sono due componenti che incidono parecchio sul come la discriminazione viene affrontata. Faccio questo discorso basandomi esclusivamente sulla mia forma di discriminazione, altre tipologie richiedono un discorso a parte.
All’epoca ricordo di essermi chiusa parecchio in me stessa, non ne avevo parlato con i miei genitori e, probabilmente, ho sbagliato. Il raccontare determinati episodi sgradevoli, specie se rivolti alla propria persona, può essere un primo passo per poterli superare riuscendo, così, a sviluppare un’autostima di se stessi più forte e a non lasciarsi sommergere dalle insicurezze e dalla paura di essere sbagliati.
Fossi stata più grande, magari, ne avrei parlato apertamente con i miei genitori, avrei affrontato la maestra dicendole che stava sbagliando, mi sarei arrabbiata con chi mi giudicava basandosi esclusivamente sul mio aspetto fisico.

Il consiglio che mi sento di dare è, quindi, di parlarne sempre. Parlarne con genitori, amici, parenti. Perché il parlarne ci rende ancora più consapevoli, e l’ esserne consapevoli incrementa ancora di più la motivazione ad agire affinché determinati episodi non accadano più.

Michela Apone


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