Chi decide chi è un genitore?

Novembre 10, 2018



Sono la moglie di una persona con sclerosi multipla che ha una disabilità grave ma ancora autonoma. Difatti mio marito lavora e si sposta da solo, proprio come me.

Abbiamo due bambine di 7 e 2 anni che sono la nostra gioia. Quando abbiamo deciso di avere la seconda gravidanza, a mio marito era stato proposto un cambio di terapia farmacologica dal suo neurologo. La disabilità era aumentata e il farmaco fatto precedentemente non era sufficiente a tenere sotto controllo la patologia. Perciò, tra le varie opzioni terapeutiche, ne era stata scelta una che ci avrebbe impedito di cercare una nuova gravidanza per qualche anno.

Ciò che ho vissuto come discriminatorio è stato il non porre la questione sul desiderio di genitorialità di mio marito: il neurologo ha visto di fronte a sé un paziente le cui condizioni cliniche peggioravano senza vedere però che era un uomo di 40 anni con una moglie un po’ più giovane, entrambi in età fertile, e che magari avrebbero potuto desiderare di allargare la famiglia nonostante la disabilità.

Come se il fatto di avere già una figlia ed essere in carrozzina ti debba bastare: siete già genitori, cosa cercate?

Il medico non ha neanche pensato di suggerirci la crioconservazione del liquido spermatico, come si dovrebbe fare quando si affronta un chemioterapico.
Sono stata io a doverla chiedere.

Quindi è stato doloroso comprendere che si vedeva solo la disabilità e non le potenzialità che questa famiglia poteva attivare di fronte ad un’altra gravidanza.

Come finisce la nostra storia di discriminazione?
Con l’abbandono del centro clinico, la rottura dell’alleanza terapeutica con il neurologo di fiducia, la rinuncia a quel farmaco favorendone un altro che non ci impediva di avere altri figli, e la nascita un anno dopo della nostra seconda figlia.

La storia è finita sicuramente bene, ma l’amarezza di non essere stati visti e considerati come persone con desideri e sentimenti… quella rimarrà per sempre.

Fulvia Tommasi


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