“Bisognerebbe che vi accompagnasse un uomo”

Novembre 21, 2020



Dopo mesi passati a vedere i volontar* come eroi, pensavate che il sessimo in ambulanza e nelle associazioni di volontariato non esistesse? Che si riesca a essere sicur* e protett* almeno quando aiutiamo qualcuno? Vorrei potervi dire di sì…

Partiamo dal principio: da 6 anni faccio servizio in ambulanza come volontaria. Da dopo la quarantena, a maggio, ho deciso di iniziare a fare anche un altro servizio sempre all’interno della mia associazione: l’emergenza freddo.

In pratica con un furgoncino dell’associazione in piccole squadre da 3 volontari (a causa delle misure anti-covid) giriamo per la città per distribuire vestiti, cibo e bevande calde ai senza-tetto segnalati dal comune. Questo servizio viene fatto due volte la settimana e per segnarsi lo scriviamo su un gruppo dedicato.

Detto questo, in settimana ho fatto sapere che domenica saremmo andate io e altre due ragazze a coprire il turno, dato che ho l’abilitazione a guidare il furgone e che nessuno si era offerto. Ero tranquilla, i senza-tetto ormai ci riconoscono e mi fido delle mie compagne, non ci sarebbero stati problemi. Fin qui tutto normale penserete, nulla di strano, finchè, lo scorso giovedì non si è tenuta la riunione dei volontari.

Siccome è una associazione piuttosto grande e non ci conosciamo tutt*, alla riunione erano presenti il Coordinatore dei Servizi Sociali e il Comandante di compagnia, una figura abbastanza importante nell’associazione. La riunione era partita in maniera piuttosto tesa, infatti dovevano essere discusse delle modifiche organizzative che molt volontar* non volevano accettare. Dopo vari dibattiti, interrompendo continuamente i miei interventi e ignorandomi; nel bel mezzo della riunione, il coordinatore mi guarda e davanti al comandante di compagnia e a tutt* i presenti esclama: “Ho visto che ti sei segnata per domenica sera insieme ad altre due ragazze, sai io non sto tranquillo a sapere che siete tutte donne giovani e che girate per la città da sole, bisognerebbe che vi accompagnasse un uomo”.

È calato il silenzio e mi sono sentita gelare il sangue nelle vene. Subito i volontari più anziani lo hanno appoggiato dicendo che era vero, che non saremmo dovute andare da sole, che era pericoloso, che nom eravamo in grado.

Ho ingoiato il rospo, ho sorriso e detto che capivo la loro preoccupazione, che se qualcuno voleva accompagnarci era il benvenuto, ma che ce la saremmo cavata bene anche da sole. Nessuno si è fatto avanti.

Ovviamente neanche a dirlo, il servizio domenica è andato meravigliosamente e abbiamo finito anche un’ ora prima del previsto.

Non era la prima volta che subivo mansplaning e microaggressioni in associazione, mi è già capitato una cosa del genere, ma mai mi sono sentita così impotente e umiliata davanti a persone che a malapena conoscevano il mio nome e il mio percorso da volontaria. Il tutto solo per la mia giovane età e per il mio essere donna, senza considerare minimamente la mia esperienza, il mio buon senso da caposervizio e i miei studi universitari (legati a questo ambito del sociale).

Ma più di tutto quello che mi fa ancora più rabbia è che mi ha fatta sentire così una persona che, nonostante avesse più più autorità di me, non ha mai fatto questo servizio nemmeno una volta.

Come mi hanno sempre insegnato fin da piccolissima, la strada di notte è pericolosa, è mia nemica e ogni persona è un* potenziale aggressor*. È vero, la strada può essere pericolosa, ma io sono stanca di questa narrazione. In questi anni ho deciso di cominciare a farci amicizia, lavorando, lottando e sensibilizzando sulla #culturadellostupro per non dover mai più far dipendere la mia sicurezza dalla presenza di un accompagnator*, ricominciando a riconquistare la mia libertà.

Bee



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