Gesù è morto per i peccati degli altri

by / Maggio 23, 2020



Catania, nel quartiere di San Berillo vengono raccontate le storie di Franchina, Meri, Marcella, Santo, Totino e Wonder, donne trans che si prostituiscono per poter vivere.
Le prime immagini che vediamo sono di un quartiere lasciato a se stesso. L’intonaco si screpola sotto il nostro sguardo, le case rivelano i mattoni con le quali si reggono, gli interni mostrano crepature e vecchie verniciature.
Pare che lo spazio dell’esterno rappresenti l’animo delle protagoniste. Sorridenti nella prima parte del film, sempre pronte a scherzare tra di loro, a parlare delle richieste strane dei clienti. Ridono e si canzonano tra di loro, in strada.
Poi basta che cali la notte, che tornino a casa, che si levino il trucco, quella sorta di mascheramento gioioso, e tutto cambia.

“Mio padre non voleva un figlio omosessuale”, ci racconta Meri, seduta su un sedia tra le immaginette sacre della sua stanza. Allora da giovane sceglie una ragazza, fa la fuitina e lei rimane incinta. Ma questa ragazza non è pronta a diventare madre, partorisce e Meri, giovane ragazzo all’epoca, decide di prendersi cura di suo figlio. Comincia a lavorare per mantenere questo bambino, ma non appena i colleghi o i datori di lavoro capiscono che è omosessuale, lo licenziano. Fino a quando Meri non comprende che vuole essere una donna. Allora va in Svizzera, comincia a prendere gli ormoni per cambiare il proprio corpo. E quando torna a Catania, l’unica cosa che le rimane è la prostituzione.
“Mio figlio non mi chiama né papà né mamma. Ma quando mi presenta a qualcuno dice: ‘Questo è mio padre’”, racconta ancora Meri, guardando commossa da una parte.

Wonder in una delle prime scene viene derubata da possibili clienti. Piange, si strucca lì, in mezzo alla strada, si sdraia sul letto. Dice che non ce la fa più, che se potesse cambierebbe subito vita. È di poche parole, pochissime, eppure ogni sillaba ferisce lo stomaco dello spettatore, perché il suo sguardo rimane duro, assente, impenetrabile.

Marcella ha sessant’anni. Cambiare mestiere?, ci chiede. Ha iniziato a prostituirsi a 24 anni, da quasi quaranta fa questa vita. Non saprebbe cos’altro fare, ormai.

Franchina è religiosissima, devotissima, scrive perfino una Via Crucis per le sue amiche e i loro familiari. Vediamo queste donne trasportare questa grande croce sotto le parole di Franchina.
Ecco che viene rappresentata la fragilità dell’esistenza, della vita, sotto il peso di una croce, sotto il peso dell’occhio giudicante dei cittadini e della religione.
Franchina, infatti, dopo un ritiro religioso estivo, torna a Catania con questo ragazzo che la segue per documentare, dice lui, “l’omosessualità nella religione”. Parlano tanto loro due, fino a quando questo ragazzo chiede a Franchina perché non cambia vita.
Franchina abbassa lo sguardo, è a disagio. Dice che da sola è difficile, ma se solo avesse un amico, un’amica, una nuova occasione, un’opportunità, cambierebbe certamente. Ma sa che il suo stile di vita verrà perdonato da Dio, perché anche la Maddalena era una prostituta.
Ma il ragazzo non ci sta, la incalza, le dice che, certo, per lei è difficile, ma la giudica con quella frase, la osserva dall’alto, le sopracciglie corrugate.
E noi lo sentiamo questo scarto, questa discriminante. Sentiamo che Franchina sta facendo una richiesta esplicita, ma non è ascoltata.

Le loro storie si intrecciano con scene tratte dalle processioni delle feste sacre della città e con gli interessi politici per la ristrutturazione del quartiere di San Berillo. Un giorno arriva un politico e offre loro un corso per diventare badanti. Dieci lezioni, accompagnate da certificato. Loro, diligenti, seguono il corso.
E poi arriva il giorno della consegna dell’attestato. Un tuffo al cuore per ogni spettatore.
Il corsista chiama una per una le frequentatrici del corso non col nome con la quale le abbiamo conosciute, ma con il nome registrato all’anagrafe. Giuseppe, Antonio, Francesco…
Queste donne non esistono per la società catanese perché viene negata la loro identità, essendo chiamate con un nome che non è il loro.
Nominare qualcosa con il nome corretto fa esistere quel qualcosa. Se si vuole negare l’esistenza a qualcuno, basta non pronunciare il suo nome.
E mentre noi abbiamo osservato la loro vita come i muri di San Berillo e abbiamo provato gioia e dolore (un profondo dolore), alla fine del documentario, con la negazione del loro vero nome, vediamo sfumare le loro vite e le loro esistenze sotto i nostri occhi.

La regia e la sceneggiatura di Maria Arena (curata insieme a Josella Porto) è messa in atto con una maestria senza precedenti: l’occhio della cinepresa non filtra, ma mostra la realtà così com’è, in modo crudo. Allo stesso tempo, però, rivela una delicatezza e una riservatezza nel raccontare le vite altrui: va e si spinge dove le protagoniste vogliono e così continua e indaga allo stesso modo.
È come se la regista consegnasse la cinepresa alle protagoniste e dicesse loro: “Andate e raccontate la vostra storia come più vi piace”.



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