Ethos: la serie Netflix contronarrante ambientata in Turchia

by / Dicembre 21, 2020



Ethos (Bir Baskadir) è una serie tv Netflix ambientata a Istanbul, creata da Berkun Oya. Il racconto corale si intreccia con vari personaggi che interagiscono tra di loro nei modi più diversi.
Meryem è la prima che incontriamo. Coperta dall’hijab, la vediamo arrivare alla città di Istanbul dalla campagna con diversi autobus, fino allo studio della psicologa Peri, che l’ascolta impassibile. Scopriamo subito dopo, però, che Peri rimane sconvolta dall’incontro con Meryem, tanto da confidarsi con l’amica-psicoterapeuta Gulbin. Peri parla di Meryem come una ragazza sottomessa, devota al suo hodja (figura a metà tra maestro e dispensatore della parola di Allah) e al fratello Yasin. Gulbin, a sua volta, ha una frequentazione notturna con Sinan, che è l’uomo dove Meryem tre volte a settimana lavora come collaboratrice domestica.
Nelle vicende si intrecciano anche le storie di familiari, amici e amiche dei protagonisti principali. Questa serie parla di corpi, di scelte, di aspettative culturali, di viaggi formativi, del divario tra mondo cittadino e campagnolo, tra influenza europea e tradizioni locali.

Parlarne dal mio unico punto di vista, sarebbe stato fuorviante a mio avviso.
Allora ho chiesto a Beste, ragazza turca che vive a Milano, se potevo interrogarla, se poteva darmi una mano a chiarirmi la situazione odierna della Turchia.

Ciao Beste, grazie mille di aver accettato il mio invito. Mi scuso in anticipo se farò delle domande che per te sono scontate, ma ammetto la mia ignoranza del mondo turco. Nella serie si vede un grandissimo divario tra mondo cittadino e mondo provinciale. La città è moderna, mentre i villaggi sono fatti ancora in pietra senza intonaco. Queste immagini sono reali e fedeli?
Grazie mille a te, Ilaria, per questa occasione. Ogni possibilità di conoscenza di un nuovo mondo che ci appare lontano è un’occasione preziosa! Cercherò di raccontare tutto con trasparenza e oggettività. Non nego che la cultura turca ha comunque un’influenza su di me.
Per quanto riguarda la domanda, direi di sì, che le immagini sono piuttosto fedeli. Anche se dipende molto da città a città. Essendo la Turchia un paese in via di sviluppo, è molto facile vedere case moderne e intonacate accanto a strutture senza intonaco. Non è qualcosa che caratterizza le città e i villaggi, in realtà.

Gulbin ha una vita sessuale libera e esprime con forza questa sua rivendicazione di non avere legami. Dall’altra parte, però, abbiamo delle relazioni che si basano ancora sul matrimonio e sulla verginità. Quali tipi di aspettative sociali vivono le donne?
Non posso dire che essere una donna in Turchia sia facile. Dipende molto dal caso e dalla fortuna. Dipende dal contesto in cui sei cresciuta, dalla tua famiglia, dal tuo quartiere, dai tuoi amici, fino agli incontri occasionali.
Io ammetto di essere una donna fortunata. Sono cresciuta con più libertà: di scegliere che vita avrei voluto avere, per esempio. La mia famiglia mi è stata di grande supporto. In altri contesti, la famiglia può facilmente tagliarti la strada.
Se vuoi essere una donna forte e indipendente, hai le potenzialità per potercela fare, ma non è sempre così facile o scontato.
Ad esempio, vieni mal vista dalla società se a trent’anni ancora non ti sei sposata. Il pensiero comune è che qualcosa non va in te, perché nessuno ti ha voluta. Non viene presa in considerazione che tu possa aver deciso di non volerti sposare. Se ti sposi in “ritardo” rispetto alla media, la tua comunità si congratula con te per non aver sprecato l’ultima chance per non rimanere da sola. Inoltre, la convivenza è mal vista. Se vai a convivere prima del matrimonio, tu e la tua famiglia diventate il pettegolezzo su cui sparlare. Si ha l’idea che in questo modo si possa umiliare l’onore e la fama della famiglia.
Fare carriera da donna è difficile, perché la cosa più importante per la società è sposarsi e mettere al mondo dei figli.
È vero anche che questo tipo di mentalità sta man mano sparendo, ma è comunque messa in atto negli ambienti tradizionalisti e conservatori. Per esempio, si usa ancora mettere un nastro rosso all’interno del vestito della sposa per mostrare la sua verginità. Oppure si appende il lenzuolo sporco di sangue nella prima notte di nozze. Il valore della donna risiede ancora nella sua castità. Lascio immaginare cosa succede se le donne non dovessero perdere sangue.
Ovviamente queste cose non succedono sempre, ma sono largamente diffuse.
Bisogna considerare anche che la società turca è profondamente patriarcale. Ci sono ancora tanti tabù, come baciarsi in pubblico.
In una società come questa le donne hanno una sola aspettativa: vivere in salute. Intendo dire non subire violenze o abusi. In Turchia nel 2019 sono state uccise 474 donne: il 62% di queste si trovava nella propria casa; il 39% è stata uccisa dal marito o dal fidanzato.
Non penso che ci sia una sola donna turca che non sia cresciuta con la paura di subire violenza. Non penso che ci sia una sola donna turca che non abbia camminato di notte con la paura che potesse succedere qualcosa. Non penso che ci sia una sola donna turca che abbia subito violenza fisica, verbale o psicologica.
Ma se sei fortunata, come lo sono stata io, puoi avere diverse aspettative: fare carriera, scegliere la propria vita, essere indipendente, viaggiare, lavorare all’estero e molto altro. In caso contrario, è molto più comune cedere alle aspettative e alle scelte familiari, piuttosto che alle proprie.

La cosa che più mi ha affascinata, e che si ritrova un po’ in tutte le culture, è che Meryem vive da devota e da rispettosa della norma, ma allo stesso tempo guarda con passione una soap opera la cui protagonista è molto simile ai canoni europei. Che messaggi veicolano i media in proposito?
Queste soap opera hanno costumi europei, è vero, ma il messaggio che danno è completamente diverso. C’è una parte della popolazione turca che aderisce al modello europeo, ma per la maggior parte delle persone è come guardare uno stile di vita che per loro è irraggiungibile. Il punto è che queste soap hanno messaggi “vuoti”: non ci sono messaggi sociali o critiche. Questi tipi di programmi si somigliano tutti. Penso che l’obiettivo sia proprio intrattenere, senza far riflettere. Più siamo “distratti” da altro, più siamo docili e aderenti alla comunità.
Ethos non è stata trasmessa su Netflix per caso. È una serie tv che difficilmente può trovare spazio nella programmazione tv, perché ci fa riflettere, ci pone delle domande… Ci fa vedere anche il tipo di mondo in cui viviamo e le sue contraddizioni. Quindi va contro l’obiettivo principale della programmazione televisiva.
Ci tengo a dare qualche dettaglio in più sulle serie tv turche. In generale sono davvero lunghe e un solo episodio può durare anche più di due ore. I temi sono quasi sempre gli stessi: drammi generali, violenza di tutti i tipi, il divario tra ricchi e poveri, l’amore impossibile ecc. Considerando che una persona ogni settimana può seguire anche due o tre serie tv diverse, ci rendiamo conto di quanto tempo passano le persone davanti la TV.
Negli ultimi anni anche questo sta cambiando e ci sono dei lavori di alta qualità con messaggi e temi anche molto importanti. Purtroppo la maggior parte di questi prodotti si trovano sulle piattaforme di streaming a pagamento, come Netflix e Blu Tv. Quindi per chi non può permettersi un abbonamento, non resta che guardare quello che lo Stato decide che si debba guardare.

Qual è esattamente la figura del hodja all’interno dei villaggi? Potremmo paragonarlo ai preti della religione cattolica?
Non conosco molto bene la figura del prete in Italia, ma penso che le due figure siano assimilabili. D’altronde, in alcune piccole realtà, le persone tendono ad affidarsi più alla religione e quindi chiedono alle persone di competenza consigli su decisioni importanti. Tuttavia, come sempre, dipende da villaggio a villaggio. Non tutti i villaggi hanno una figura  dell’hojda invasiva. In alcuni villaggi si va dall’insegnante a chiedere consigli.
Ci tengo a precisare che ci sono alcuni hojda che interpretano i testi religiosi in modo piuttosto moderno, anche se sono pochi.

A tal proposito, è proprio l’hodja di questa serie che lascia liberamente la figlia di decidere se portare il velo, lasciando che lei scelga per sé. È una scena di grande impatto.
Peri, invece, è il personaggio che dichiara la propria emancipazione dalla tradizione, in quanto acculturata e viaggiatrice, proveniente inoltre da una famiglia borghese. Tuttavia, Gulbin la considera una “fascista” per quanto riguarda l’idea che Peri ha del velo. In realtà, nella serie Peri ha capacità trasformativa in tal senso. Qual è il rapporto delle donne con la religione e il velo?
Sai che questa è la domanda che più mi è stata fatto in questi cinque anni in Italia? Spesso pensano perfino che io metta il velo in Turchia e solo in Italia mi senta libera di toglierlo. In realtà, non è obbligatorio portare il velo in Turchia. Anche se da fuori pensiamo che la Turchia è un paese governato dall’Islam, il paese è in realtà laico. Tuttavia, il 90% della popolazione è musulmana.
In generale, le donne religiose decidono di indossare il velo. Ci sono anche diversi tipi di velo: non tutte le donne indossano quello che ha Meryem nella serie. Però, ci sono donne che lo indossano perché le famiglie le costringe. Ci sono anche donne che scelgono di indossarlo per seguire la moda.
C’è un termine per le donne che decidono di togliersi il velo: “Apertura”. È possibile anche il contrario, ovvero scegliere di indossarlo e in questo caso si usa il termine: “Coprirsi”.
Non c’è una regola indiscussa. In generale dipende molto dal tipo di famiglia dalla quale si proviene e che cosa il velo a livello religioso, politico e culturale vuol dire in quel contesto.

Infine, se non ti dispiace, vorrei che tu mi raccontassi qualcosa che ti porti dentro della Turchia, qualcosa che rimarrà tuo sempre.
Non so se ci hai fatto caso, ma in Ethos, quando i personaggi parlano tra di loro, usano degli appellativi che in italiano non esistono. Per esempio, Meryem chiama suo fratello “Abi” (che vuol dire “fratello maggiore”), Peri “Abla” (“sorella maggiore”, che è un titolo rispettoso usato quanto ci si rivolge a una donna) e Sinan “Sinan Bey” (“signor Sinan”, usando il nome di persona e non il cognome). Nella cultura turca c’è sempre una gerarchia che va rispettata: nella famiglia, nel lavoro e nella vita sociale. Quindi si usano queste parole per decretare a chi stiamo dando rispetto. Perfino tra consanguinei si usano gli appellativi di questo genere. I fratelli o le sorelle maggiori, infatti, vengono chiamati sempre dai minori “Abi” o “Abla”. Inoltre, è sconveniente comportarsi con persone più grandi di te (il padre, il nonno, uno zio, un cugino adulto) come se fossero i tuoi amici.
Il rispetto è qualcosa di molto sentito e quindi di conseguenza c’è una leggera distanza dagli altri. Per noi è molto irrispettoso usare i diminutivi per i nostri superiori a lavoro o rapportarci con loro in modo pari.
Personalmente, ci ho messo molto tempo a utilizzare degli appellativi amicali oppure i diminutivi per rivolgermi ai miei colleghi qui in Italia. Nonostante tutto sento ancora la difficoltà nel farlo con alcuni di loro. Potrebbe suonare strano, ma è più forte di me.
Allo stesso tempo, credo che questo mio modo di rapportarmi agli altri, sia un mio punto di forza. Il mio modo di fare è stata sempre molto apprezzato in Italia, sia in società che a lavoro e spesso ha facilitato le mie relazioni e la mia integrazione del team di lavoro. È qualcosa che sento mio e che non vorrei perdere mai.

Beste, le tue parole sono state profondamente preziose e ti ringrazio tantissimo, soprattutto per il tempo speso e la disponibilità. Leggendo le tue parole, non ho trovato poi molta distanza dal mondo dalla quale provengo. Ti ho sentito vicina.



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