Asessualità: il diritto di esistere

by / Ottobre 26, 2019



​Quando si parla di orientamento sessuale, spesso si conosce l’eterosessualità, l’omosessualità o la bisessualità. Tutti questi orientamenti hanno qualcosa in comune: l’interesse sessuale verso l’altro.

Ma è indispensabile provare interesse sessuale? Quanto conta il fattore romantico-sentimentale e quanto conta l’interesse sessuale nelle nostre relazioni? È vero, come ci dicono i media, che il sesso dev’essere sempre e comunque al centro delle nostre preferenze e dare forma alle nostre relazioni? È davvero così per tutti?

La mancanza di attrazione sessuale e l’assenza di interesse o desiderio per il sesso si definiscono come asessualità.

L’esistenza “formale” delle persone asessuali inizia nel 1994, quando l’American Psychiatric Association rimuove l’asessualità dal DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), mentre nel 2004 viene pubblicato un sondaggio britannico sul sito della CNN che afferma che la percentuale globale di individui asessuali sarebbe dell’1%.

Perciò è solo dall’inizio del nuovo millennio che l’asessualità comincia a guadagnare sempre più visibilità, anche attraverso la letteratura e il cinema. Ad esempio, la scrittrice Zoe O’Reilly afferma nel suo articolo My life as an amoeba:


​“Sono asessuale
​e sono fiera di esserlo.
La mia gente appartiene a un gruppo minoritario
che spera di essere riconosciuto come tutti gli altri.
Vogliamo un nastro colorato,
​una festa nazionale,
dei coupon per il fast food.
Vogliamo che il mondo sappia che siamo qui”
.
Source: PNGkey.

​Per le persone asessuali, la mancanza di desiderio sessuale è parte integrante della loro identità. Non è quindi un fenomeno dettato da divieti morali o religiosi (ad es. voto di castità) o da traumi psicologici, poiché non è una “scelta” ma un’esigenza, una condizione che fa parte di loro stessi e che spesso è presente sin dall’infanzia/adolescenza. Perciò, l’asessualità non né una malattia, né un disturbo.

Inoltre, diversamente da come possiamo pensare, gli asessuali non sono necessariamente disinteressati ai rapporti di natura romantica-sentimentale. Per comprendere al meglio questo aspetto, è necessario dire che vi può essere una separazione tra orientamento sessuale e orientamento romantico: il primo riguarda il o i generi da cui una persona è attratta sessualmente, il secondo romanticamente o soltanto dal punto di vista amicale/affettivo.

Facciamo un esempio: per le persone eterosessuali spesso l’attrazione fisica coincide con l’attrazione romantica verso il genere opposto. Per le persone asessuali, invece, questi due aspetti possono non coincidere. Per questo all’interno della comunità asessuale, possiamo trovare anche:

  • Aromatici: individui che sono soddisfatti nell’intraprendere relazioni di amicizia, ma non romantiche né sessuali;
  • Gray: sono persone che provano un’attrazione sessuale molto bassa rispetto alla media o che la sperimentano solamente in certi periodi della propria vita;
  • Demisessuali: individui che non provano attrazione sessuale a meno che non si sia stabilito un forte legame di natura emotivo-relazionale in precedenza.

Queste sono le categorie più note, ma ve ne sono molte altre, come ad esempio i gyneromantici (persone attratte romanticamente da chi si presenta con caratteristiche e tratti femminili) e i sapioromantici (persona attratte romanticamente da persone concepite come intelligenti).

​Proprio a causa della scarsa presenza d’informazioni sul tema dell’asessualità, l’attivista americano David Jay ha fondato nel 2010 Aven – Asexual Visibility and Education Network, una comunità virtuale che ad oggi ha circa 50mila iscritti.

Lo scopo di Aven è principalmente quello di non far “sentire sole” le persone asessuali, dando supporto morale e occasioni di interazione e confronto. Un modo per dire “Noi esistiamo!”

​Grazie a questo gruppo, sempre nel 2010 è nata la bandiera che rappresenta simbolicamente il movimento asessuale con quattro strisce orizzontali dei colori grigio, nero, bianco e viola.
​I colori simboleggiano metaforicamente le varie sfaccettature del mondo dell’asessualità, comprendendo gli Aromantici, i  Demisessuali e le altre  sfumature di grigio della categoria.

​​Per comprendere al meglio questa parte della comunità LGBTI+, abbiamo chiesto ad Elena (nome di fantasia) di raccontarci come ha scoperto e come vive la propria asessualità.

Elena, come definiresti l’asessualità?

“È difficile da spiegare a parole, ma negli anni ho trovato una metafora che mi rappresenta, facile da comprendere. Immaginate di essere in una grande pasticceria. Ora, tutte le persone sono sedute ai tavoli e si stanno gustando un dolcetto: chi la torta con la panna, chi un cannolo, chi i biscotti appena sfornati e chi tutte queste cose insieme. Ecco, io l’asessualità la definirei così: mentre tutti si stanno gustando il loro dolce, ad un tavolo della pasticceria ci sono io, seduta, a leggere un libro: perché semplicemente, mangiare dolci non m’interessa”.

Quando hai scoperto di non essere interessata alla dimensione sessuale?

“Alla fine delle elementari. Tutte le mie amiche desideravano trovare un ragazzo per baciarsi con la lingua, ma a me l’idea non ha mai interessato. Poi tra le medie e le superiori, in cui si sperimentavano le prime esperienze sessuali, ho capito che la cosa non faceva per me. Ho provato, ma non la sentivo “mia”. Io ero felice anche solo camminando mano nella mano o guardando film romantici sul divano. Per gli altri non era così.”

Quindi hai avuto delle relazioni sessuali-sentimentali nella tua vita.

“Si, almeno ci ho provato, anche con persone diverse. Ma come dicevo, non ero interessata al sesso: mi sentivo a disagio. Infatti, cercavo sempre di non farlo, o se lo facevo era principalmente per compiacere il mio partner. Anzi, tutte le mie relazioni tra i 18 e 23 anni sono finite perché non capivo come tutti potessero avere questo tipo di esigenza in un rapporto che io non avevo. E nessuno dei miei partner era disposto a stare in una relazione senza fare del sesso. Ad oggi, sono felicemente single e mi va bene così”.

Come hai capito che ciò che provavi aveva un nome?

“Ho sentito parlare di asessualità al circolo lgbt della mia città, durante una conferenza (accompagnavo una mia amica che frequentava il centro).  Io ho provato per anni un profondo senso di inadeguatezza e vergogna, stavo pensando di andare in terapia: ti educano sin da piccola in una società dove il sesso è al centro dei pensieri di tutti, è presente nelle pubblicità, nelle conversazioni. Tutti i miei ex ragazzi mi dicevano che ero una “persona con dei traumi”, così ho cominciato a crederci anche io. Quel giorno invece, ho scoperto che la mia condizione aveva un nome, e che c’erano altri come me. Mi veniva da piangere dalla felicità.”

Qual è la cosa che ti auguri per te e per le persone asessuali?

“Che ci sia più informazione. Che si smetta di discriminare chi del sesso può anche farne a meno. Che l’asessualità non venga considerata una patologia.  Perché non è una scelta o una fase: è parte della mia identità come persona e mi caratterizza.
Soprattutto, mi auguro che le autorità inizino a riconoscere che NOI esistiamo”.


​Esistere. Perché
 esistere è la conditio sine qua non per essere riconosciuti.Ad oggi, dal 20 al 26 ottobre si celebra la Ace Week, ossia la Settimana della Visibilità Asessuale.
Ci piacerebbe che eventi come questo fossero occasioni per rendere il mondo dell’asessualità più conosciuto e riconosciuto. Soprattutto, ci auguriamo che le persone asessuali (insieme a chi ha un orientamento sessuale non etero) non siano più discriminate per la loro diversità ma riconosciute per ciò che sono: persone con il diritto di esistere.

Ylenia Parma


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